La Città Perfetta

“L’Occidente, quando é utopia realizzata, sfocia nella zona di indistinzione tra inferno e paradiso”  Koolhas

Mi sono appena rialzata da una caduta mortale in mezzo alla strada. E’ la mia prima sera a Singapore, pensavo di fare due passi nel quartiere di Bugis e di fermarmi per un pad thai in un locale all’angolo. Appena uscita dal 7eleven mi inzuppo in una pioggia monsonica, al secondo passo scivolo a terra. Mi ferisco.

Macabro inizio di una settimana di lavoro in Asia, nella Lion’s (singha) City, dall’antico dialetto dei Bugis, i marinai e commercianti provenienti dall’Indonesia che si insediarono nello stretto di Malacca all’inizio del XIX secolo.

Bugis, olandesi, britannici, arabi, armeni, indiani, e in maggioranza cinesi vivevano nei territori paludosi di quest’umido collo di bottiglia, che oggi é diventato il centro di maggior transito di merci ed energia al mondo, per quanto il gemello stretto di Hormuz sia oggi sulla bocca di tutti. Gli innumerevoli container  e le navi cargo di Malacca sono visibili a occhio nudo all’atterraggio nell’aeroporto avveniristico di Changi e dalle infinity pools  nei tetti delle Marina Bay towers. In città sembra di vivere sotto assedio navale, per chi soffre della sindrome di accerchiamento. Oppure ci si puó convincere di trovarsi esattamente al centro del mondo, dove tutto transita: merci, persone, energia, cavi sottomarini, chissà che altro.

La Città Perfetta

La centralità di questo luogo nacque quando la Rivoluzione Industriale occidentale trasformó Malacca in un prominente hub di commodity, che dalle “Indie” circostanti  giungevano qui per essere processate, imballate e spedite su scala globale. Con il Trattato Anglo-Olandese e il Trattato di Crawfurd, Singapore e le isola adiacenti passarono sotto la sovranità della Compagnia delle Indie Orientali, diventando nel 1867 una colonia della Corona Britannica a tutti gli effetti. Ció pose le basi per una fervente domanda di compagnie logistiche, bancarie e finanziarie che collegassero le transazioni dalla periferia al centro dell’impero, contribuendo a rendere Singapore una delle citta’ piu cosmopolite al mondo. 

I fasti di Singapore si consumarono nella Seconda Guerra Mondiale durante l’atroce occupazione giapponese, periodo di tormenti, cibo razionato, prostituzione, sopportazione e resistenza.

La storia di rinascita della città del dopoguerra é miracolosa. Come risorge una zona malarica, senza un esercito, martoriata dall’occupazione giapponese, senza risorse energetiche, senza una precisa idenità etnico-demografica, senza un territorio e con un’indipendenza latente?

Chiedetelo a Lee Kuan Yew, il fondatore di Singapore, colui che disse che “i singaporiani avrebbero dovuto creare qualcosa di diverso dai vicini indocinesi, pena l’estinzione”, “che avrebbero dovuto allenare alla disciplina persino i cani che urinavano deliberatamente negli ascensori”, che in qualità di leader, Lee “sarebbe sempre stato corretto, ma non politicamente corretto” finendo col creare una città prodigio, la piú iperregolata e disciplinata al mondo, in cui non puoi nemmeno importare una gomma da masticare o gettare un mozzicone a terra (o quantomeno puoi farlo lontano da occhi indiscreti, commento con un collega indonesiano fumando una sigaretta contrabbandata fuori dalla fiera).

La Città Perfetta

Lui, Lee Kuan Yew, di etnia cinese, laureato a Cambridge e primo segretario e leader del People’s Action Party, che si autodefiniva l’ultimo cittadino della Corona Britannica, pur essendo parte attiva del movimento degli Stati Non-Allineati nella fase di decolonizzazione. Forse e’ anche per questo che a Singapore non si respira rancore postcoloniale, come se non ci fosse mai stato tempo da perdere per le emozioni, ma solo per l’efficienza e la ragion di stato.

La statua di Sir Raffles recita sul Landing Site dell’odierno Quay:

On this  historic site Sir Thomas Stamford Raffles first landed in Singapore

On 28th January 1819 and with genius and perception changed the destiny of Singapore from an obscure fishing village to a great seaport and modern metropolis.

Riconoscente al sostrato coloniale, Lee escluse l’accidente e la casualità, creando una città-stato che é pura intenzione, se caos, caos ideato, se brutta, di una bruttezza progettata, se assurda, di un assurdità voluta. Fece ció che ritenne necessario: dopo aver tentato di rendere indipendente Malesia e Singapore nello stato unito del Malay, capí che Singapore avrebbe dovuto giocare un altro campionato nella strada della decolonizzazione. Diede un esercito alla città, addestrando, in segreto, le forze armate singaporiane con le Israeli Defence Forces, fondó una delle compagnie aeree piú lussuose al mondo, la Singapore Airlines, risanó e bonificó i canali cittadini, riorganizzó negli ordierni e ordinati Hawkers Centers i malsani mercati coperti, dove un barlume di Asia sembra tutt’affiorare nella cottura del tipico chicken rice. Cambió il paesaggio dell’ isola di fronte all’emergenza di sopravvivere nel dopoguerra, lo sottopose a una provvisorietà perenne, dove la giungla primordiale e fagocitante manifestó il destino dell’ homo novus singaporiano, che avrebbe dovuto essere sempre piu perfetto, piu disciplinato, migliore, proprio come i suoi edifici, confortevoli, aspecifici, climatizzati. L’aria condizionata divenne forse l’unica cosa che rende tutt’ora questa città davvero tropicale, differenziandola dalla city londinese. Lui stesso riteneva che l’aria condizionata avesse modificato la natura della civiltà, rendendone possibile la produttività. Fu lui a installarla prontamente negli edifici della pubblica amministrazione non appena salito al potere nel 1959.

In qualche maniera Singapore suscita uno strano fascino del riuscito sradicamento. Il lavaggio del suo passato e la manipolazione delle culture vernacolari rappresentano un laboratorio di studio per le città postmoderne di tutto il mondo. Perfino quel leggendario hotel Raffles a Beach Road é stato “perfezionato” nel presente, sciacquato di un passato ingrombrante, pur di scintillare nell’estetica funzionale e sexy di altri opulenti quartieri come Orchard, Marina Bay e appunto Bugis, il distretto business, uffici e giardini pensili dove sono inciampata sotto la pioggia, mentre uscivano dai building dei colleghi trafelati ma pur sempre cortesi. Cosi tanto da porgermi una mano per rialzarmi e regalarmi un ombrello. “Take care of your umbrella when in Singapore”.

Tuttavia, tramite un crudele paradosso, piú vedo materia costruita, piú la città mi sembra irreale.

Una delle sere successive mi trovo all’Atlas Bar, un capolavoro architettonico chiamato dai locals Gotham building, completato nel 2004 dal conglomerato taiwanese Chyau Fwu Group. Ordino un cocktail e credo di dovermi convincere di essere in un building proibizionista degli anni Trenta a Chicago, o almeno cosi l’ambiente richiede. Che dire, si tratta di uno dei cocktail bar piu famosi al mondo. Poi leggo la descrizione del drink, Sterope, che ho appena ordinato descrive lo spirito di Singapore “The flash of light. Clarity without hesitation, brightness that demands but attention.” La città perfetta?

“Vivere a Singapore é eccitante, cosi tanto che sei disposto a pagare il caro costo che ti chiede. Hai fine dining di calibro globale, la viabilità ineccepibile, la facilità di comunicare in inglese in qualsiasi contesto e si, l’affitto che mastica piú della metà del tuo reddito” A parlarmi é un collega con cui ceno al Chijmes, un ex convento di suore cattoliche francesi in Victoria Street, ora riconvertito in food hall. Trasferitosi a Singapore, mi racconta del fenomeno singaporiano: la multietnicità della citta che ho notato a Little India, Arab Street e China Town é solo apparentemente ghettizzata e divisa in quartieri “tematici”.

Il modello demografico singaporiano funziona secondo il modello CMIO (Chinese, Malay, Indian, Others):

  • Cinesi: circa il 75,5% – 76% della popolazione residente.
  • Malesi (comunità indigena riconosciuta): circa il 15% – 15,1%
  • Indianci: circa il 7,4% – 7,6%.
  • Others

Lee Kuan Yew gestí la multietnicità attraverso un modello di ingegneria sociale coercitiva, rifiutando il concetto fallimentare del melting pot spontaneo e tutto occidentale. Riteneva che l’armonia delle diverse etnie dovesse essere attivamente pianificata, imposta e vigilata dallo Stato. Circa l’80% della popolazione vive in case costruite dall’Housing Development Board, dove le unita immobiliari vengono date in leasing per una durata di 99 anni. In questo modo i cittadini non diventano sostanzialmente mai proprietari permanenti della propria casa, ma in pratica pagano un affitto anticipato a vita. Questo per garantire alle future generazioni un prezzo della casa accessibile, anche a coloro che non erediterebbero l’asset dalla famiglia. Ma la cosa piú curiosa, il governo impone delle quote etniche tassative per ogni condominio e quartiere, prevenendo la formazione di ghetti.

Per arginare la preponderanza etnica cinese, Lee rese obbligatorio lo studio della lingua inglese cosi come della lingua di appartenenza etnica (cinese, tamil, malese etc). La meritocrazia divenne una sorta di religione di stato, l’unica che avrebbe garantito a Singapore di fiorire affondando il clientelismo etnico tipico dell’indocina post coloniale. Secondo il Maintenance of Religous Harmony Act, qualsiasi insulto o atto che incita all’odio razziale o religioso viene duramente punito con sanzioni penali che in alcuni casi possono condurre all’arresto immediato, scagionando qualsiasi possibilità che i leader religiosi possano contaminare la politica con la fede.

Difficile non soffermarsi a riflettere sullo schema chirurgico che governa la cittadinanza. Quindi se il melting pot occidentale ha mostrato i suoi limiti, davvero la ferrea pianificazione sociale é riuscita ad appianare le fratture culturali? E’ stato possibile attuarlo rendendo i cittadini azionisti delle proprie pensioni, coinvolgendo le donne nella partecipazione al lavoro, a prescindere dalla cultura patriarcale tipicamente asiatica, in nome di un obiettivo piú alto (non di fatto la loro emancipazione), ossia la crescita del PIL, indice della ricchezza percepita e della felicità sociale? Dunque a queste latitudini rimane ancora confermato che la felicità di un paese si misura in base all’indice del PIL? Chiedo al mio collega, mentre mi racconta di quanto l’uovo biologico affumicato al rosmarino sia iconico al ristorante stellato Odette o di quanto cool sia raggiungere in bici il Claudine Restaurant, uno dei ristoranti francesi piú trendy del momento, all’interno di una cappella sconsacrata nei paraggi del quartiere olandese. Trattasi del tipico ozio da expat che sopravvivono ai weekend giocando a cricket, brunch e escursioni all’isola di Sentosa. A meno che, tormentati dalla noia, non decidano di scappare in Malesia o a Bankgkok nel weekend con veloci collegamenti aerei, per darsi alla pazza gioia o anche solo approffittare del dimezzamento dei prezzi.

La noia. La parola piú abusata nel corso delle mie conversazioni nella città perfetta.

L’unico quartiere di Singapore che ho adorato e’ forse il piú caotico e scomodo da raggiungere: Katong. Joo Chiat Road e’ stata definita una delle vie piú cool al mondo, dove abbondano le shophouses Peranakan risalenti agli anni Trenta, ossia edifici storici a due piani con facciate pastello, intarsi e piastrelle di ceramica colorate, possedute dai mercanti cinesi del Borneo. La via fornisce uno spaccato architettonico di quella che era l’alto borghesia singaporiana prima del “necessario” lavaggio culturale del dopoguerra. In queste strade mi sono imbattuta nello storico Chin mee Chin Confectionery, dove chiacchierando con la proprietaria ho scoperto finalmente cos’é il kopi, una sorta di caffé tostato con lo zucchero, nato nel periodo coloniale della British Malay grazie alla presenza di immigrati cinesi del Hainan. A Singapore é un classico abbinarlo con il delizioso kaya toast, un delizioso pan tostato con un condensato di pandano, cocco, zucchero, uova e una fetta di burro a corredare il tutto.

Le shophouses e gli antichi magazzini di Singapore si trovano anche e soprattutto a China Town, spesso riconvertiti in ristoranti, boutique hotel o hotel di lusso. Se i warehouses erano il cuore pulsante del commercio coloniale, il simbolo dell’iniziazione al cosmopolitismo della città, il punto di stock, transito e proiezione dei flussi, le shophouses erano il luogo della transazione al dettaglio, il simbolo della vocazione commerciale degli abitanti del luogo, soprattutto cinesi. Al piano terra delle case-negozio i cinesi lavoravano nell’esercizio commerciale, al piano superiore si ritiravano nel proprio alloggio. Già allora, una routine piuttosto organizzata.

Prima di lasciare la città, prostrata dal ritmo della settimana di lavoro, mi sono inoltrata proprio a China Town. Solo per dare un’occhiata senza una meta e finire a Hawkers Centers, templi buddisti e dessert ai fagioli rossi al Jin Yu Man Tang. Ma poi, mi sono infiltrata in un quadrilatero di beauty centers nascosto tra i grattacieli, dove finalmente ho trovato uno sgargiante pezzo di Asia fatto di trattamenti estetici che i puritani definirebbero disdicevoli. Io ne faccio uno piú o meno accettabile, l’hair scalp. Una dolce ragazza birmana mi rastrella il cuoio capelluto, non so perche mi sono sottoposta a questo trattamento, in qualche maniera sento che é liberatorio. Poi mi fa una pedicure, si lamenta dicendomi “che Ma’am ne hai davvero bisogno’. Per le asiatiche sono un orco. Poi mi dà una tazza di te. E infine mi chiede perche’ non sono sposata. In qualche maniera, sentendomi d’un tratto vecchia, maltenuta e distrutta, mi sento sollevata. Finalmente sento pulsare uno spirito viscerale, locale, deliberato e distante, scevro dal velo di Maya o di perfezione che sembra aleggiare su Singapore. Sembra che la copertina patinata di questo Paese stia voltando a pagina 1, per rivelarmi il sottotesto intrigante e complesso di questo luogo, tramite gli occhietti di questa ragazza che mi promette che la prossima volta mi fara un trattamento viso risolutivo.

Dunque a Singapore c’é posto per tutti, anche per questa ragazza dalle tendenze sciamaniche, si tratta solo di non confondere la pianificazione con la perfezione.

Fu sempre il buon Lee ad ideare la teoria degli “Shared Values” asiatici, in cui buddhismo, taoismo, induismo, zen e soprattutto confucianesimo contribuirono a creare un nucleo di istituzioni e ideologie politiche che riflettono la cultura e la storia della regione asiatica. Una teoria fondata sulla preminenza del collettivismo sull’ individualismo di stampo occidentale, in cui la lealtà verso l’autorità, a prescindere che sia democratica o meno, famigliare, politica o lavorativa, diventa primaria e prioritaria rispetto alla libertà personale, cosí come i diritti fondamentali diventano secondari rispetto al benessere socio-economico.

Crisi del bath di fine secolo e sconquassamenti geopolitici odierni a parte, i giganti asiatici sono destinati a trainare il 50% del PIL globale nei prossimi anni. Il modello di Singapore ha funzionato dal dopoguerra ad oggi con grande successo, grazie alla visione e al tempismo di un leader sprezzante del culto della personalità e mosso dalla lucidità e dal realismo richiesto dai tempi. La formulazione di uno schema infallibile ha garantito quest’ambito benessere sociale della collettività, fornendo un piano quasi per qualsiasi dettaglio della società. La domanda che non posso non farmi: che succederà quando gli stress geopolitici dovuti alla contesa dello Stretto di Malacca, i crescenti costi dell’energia e l’eventuale scelta sistemica tra Cina e Occidente&friends metterrano in discussione l’opulenza dei cittadini di Singapore?

Nulla é piú vero ed ineluttabile dell’impossibilità di avere un piano per tutto, soprattutto quando questo promette felicità eterna. Forse l’unica verità é che quando la promessa di “felicità” collettiva svanisce, l’individuo tende a rompere il patto sociale e a rifluire, pronto a esporre sé stesso e in ultima istanza il Paese a conseguenze e a un futuro imprevedibili. E se non ci fosse un altro Lee Kuan Yew a creare una soluzione per tutto?

Mi chiedo, mentre sopporto l’ultima graffiata allo scalpo.

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