Durante la pandemia mi capitó di leggere uno strano articolo. Parlava di un uomo di 48 anni residente in provincia di Como, il quale aveva percorso a piedi circa450 km fino alla città di Fano nel corso di una settimana. A quanto pare questo “Forrest Gump italiano” voleva smaltire la rabbia dopo una lite con la moglie.
Il lungomare di Rio de Janeiro é il luogo perfetto per processare la sbornia di un furioso quid pro quo amoroso, peccato consti di soli 5,6 km. Con un soave paõ de coco in bocca, simulo per curiosità la distanza dal panificio Paõ e Companhia di Copacabana alla Confeitaria Kurt di Leblon.
Lo scrittore Massimo Bontempelli scriveva di Rio: “Dio in una mattina di frenesia ha fatto la baia di Rio de Janeiro. Vi ha buttato bracciate di liquido e di solido, di colori e di trasparenza, azzurro e verde e violaceo, increspamenti e riflessi, atmosfere agglomerate, rarefazioni di lago, atteggiamenti da vulcano, sagome in delirio, curve ignote a qualunque geometria, un incendio di forme, pezzi di cielo per fare il mare, nuvole d’acqua, arcobaleni di trenta colori.”

Aspettavo di vedere Rio da sempre. Stamattina ero sul Corcovado, assistevo al Cristo Redentore nel giorno di Pasqua, guardando a valle il Centro di Rio e il Paõ de Acucar vicino alla lussuosa zona di Urca. Scendendo per le vie colorate e bohemienne del quartiere Laranjeiras, lottando contro una feijoada in corpo, intravedevo le prime favelas di Rio, immerse nella giungla tropicale in pieno contesto urbano. Ero convinta di aver assistito a una delle moderne meraviglie del mondo.
Verso le cinque dello stesso pomeriggio mi trovo invece a romanzare l’ipotetica furia di una coppia carioca. Poniamo che risieda a Copacabana, vicino alla fermata della metro Cardeal Arcoverde. Lei si chiama Celeste, vivace e frizzantina, naive al punto da sembrargli inaffidabile e insensibile. Lui, Edson, integro e possessivo, ferito nell’orgoglio maschile da tanta vitalità verso il mondo esterno a loro due, quasi sentisse che il loro universo non fosse esclusivo. Lui questa volta ha passato il limite interferendo nelle sue questioni lavorative personali, nonostante lei si fosse raccomandata piú volte di non farlo.
“Posso farcela” “posso gestire la situazione” da sola, dice.
Sentendosi vana e tradita dalla mancanza di fiducia dell’amante, lei decide di andarsene e sbattere la porta. Edson si é da poco trasferito a Rio per Celeste sperando di rafforzare la loro relazione, ma la lite appena accaduta sembra aver provocato un terremoto. Dopo aver osservato l’amante andarsene, cerca di ricomporsi. Non puó permettersi di perdere quella ragazza dal cuore impetuoso in una città così sconfinata. Si sente responsabile della sua fuga e si precipita a rincorrerla. Mentre esce di corsa dal condominio, incrocia lo sguardo del portiere all’ingresso. L’uomo indica con discrezione la sinistra, accompagnando il gesto con un’espressione di tacita comprensione. Non servono parole. Solo un altro uomo puó intuire, in un solo sguardo, cos’é appena accaduto.
Sembra quasi augurargli buona fortuna. Appena mette piede in strada, un odore insolito gli invade le narici. Lungo via Barata Ribeiro passa accanto a diversi senzatetto ubriachi che sanno di urina. E’un odore che sembra incarnare perfettamente tutto ciò che prova in quel momento. Si sente così stordito dalle proprie emozioni da non riuscire più a distinguersi da quel tanfo. Più che rincorrere Celeste, vuole trovare un angolo qualsiasi e sdraiarsi a terra; persino gli spigoli consumati degli edifici gli sembrano un giaciglio confortevole. Più cammina, più quell’odore gli appesantisce il respiro, soffocato dal riacutizzarsi della gastrite e dal frenetico movimento della strada.
“Non voglio piú vedere questo maniaco del controllo!”, pensa Celeste nel frattempo, sentendosi altrettanto soffocare. Per questo cerca affannosamente il mare, dirigendosi a passo felpato verso l’Oceano, spegnendo il telefono.
Ed é qui che il magnifico itinerario del litigio ha inizio.
Il fumo della rabbia della bella garrota di Rio inizia a svanire alla vista del Copacabana Palace. Il cosiddetto “Copa” è un celebre hotel costruito nel 1923 per festeggiare i cento anni dell’indipendenza del Brasile. E’ considerato il primo grande hotel del Sudamerica e per anni ha ospitato i più grandi divi internazionali in visita a Rio de Janeiro, da Walt Disney a Orson Welles, Ella Fitzgerald, Marlene Dietrich, Brigitte Bardot e via dicendo. Il sito web del gruppo Belmond lo presenta cosí: A timeless hideaway in the heart of a buzzing city. A cosmopolitan way of life meets old-world glamour. The best of Rio can be found on your doorstep. Stroll the mosaicked Portuguese pavement; samba in the city until sunrise; or simply stretch out and relax on the golden sands of the beach. Curiosa e divertita, Celeste si inoltra nei corridoi del Copa fino ad arrivare a bordo piscina, per sorseggiare il primo caipirinha del tardo pomeriggio. Poi esce in strada e imbocca l’Avenida Atlantica, finalmente affonda il piedino nella lunga e calda distesa di sabbia.



Si trova tra il Posto 2 e il Posto 3, in Italia li chiamiamo bagni o “stabilimenti”. Poco distante c’é Amir, un’icona culinaria per la comunità siro-libanese, che conta circa 8 milioni di abitanti in tutto il Brasile. Decide rinunciare ai falafel migliori di Rio e rimandare a piú tardi un boccone in uno dei botecos di strada, il suo preferito é sempre il Belmonte. I botecos sono i bar di quartiere brasiliani, informali, rustici e spesso economici. Servono sfiziosi stuzzichini, il suo preferito e’ la coxinha de frango della storica Confeitaria Colombo nel quartiere Centro di Rio. Si consumano assieme a bibite e birre ghiacciate, come la Guarana Antarctica e la storica birra Brahma dal 1888.

Celeste sente l’urgenza di raggiungere l’Oceano e dissolversi nell’immenso litorale di Rio. Decide di non voltarsi nemmeno una volta, temendo di pentirsi qualora dovesse, in mezzo alla folla di carioca, rivedere Edson. L’intensità della furia é talmente dirompente da non permetterle di notare quello che ha sempre adorato di Rio: le famiglie riunite in spiaggia dopo il lavoro, i giocatori di beach soccer, volley e padel, le vertiginose slip alla brasiliana che le ragazze esibiscono disinibite e libere. Vuole solo immergersi nelle acque ghiacciate di quelle onde, sentirne la potenza fino a farsi travolgere, respirando a pieni polmoni la salsedine, immaginando di surfare e volare sull’orizzonte infinito dell’Atlantico, torbido, agitato, indomito.
Inizia a piovere.
Celeste corre al riparo al Selina, un ostello per surfisti che ama frequentare, all’ultimo piano offre una vista panoramica su Copacabana. E’ il posto in cui lei e Edson hanno guardato il primo imbrunire di Rio assieme. Quindi se ne va, sentendo il meraviglioso chiasso del Bip Bip all’angolo, uno scantinato per appassionati di samba e bossa nova, dove si improvvisa, si canta, si balla, si va. Aperto nel 1968 come punto d’incontro per i militanti in cerca di rifugio dalle persecuzioni militari, il Bip Bip è da allora una presenza costante nella vita notturna di Rio. Stanno cantando Samba de Bencao di Vinicius Moraes. Perció si dirige al Posto 9, lo stabilimento della Garrota de Ipanema, dove il motto é “vedere ed essere visti”. Carlos Jobim e Vinicius de Moraes qui componevano:
..Oh, but he watches her so sadly
How can he tell her he loves her?
Yes, he would give his heart gladly
But each day when she walks to the sea
She looks straight ahead not at him
Tall and tan and young and lovely
The girl from Ipanema goes walking
And when she passes he smiles
But she doesn’t see
She just doesn’t see
No, she doesn’t see
She just doesn’t see..
(C.T Jobim, V. Moraes “The Girl from Ipanema)





Ipanema, 2.6 km di moda, arte, hippie e suoni di havajanas che schiaffeggiano sul marciapiede. Dicono che i carioca si rechino persino in ufficio in havajanas, pronti per scendere a mare e al boteco dopo il lavoro. Celeste vuole camminare fino al Bar Lagoa, da quell’altezza di Ipanema e’ poi semplice raggiungere il suo luogo preferito, il Jardim Botanico di Rio. Sa peró che non ce la farà a lasciare il mare. Ripercorrera’ tutta la spiaggia sotto la pioggia fino a Leblon, dove ogni domenica mattina al Kurt lei e Edson prendono il pancake di tapioca a colazione, per poi oziare nelle onde della Praia e recarsi al loro ristorante preferito, l’Oro di Leblon. E’ sempre stato il loro quartiere prediletto. L’architettura di Leblon fonde il modernismo tropicale con il design contemporaneo, arricchito di giardini verticali e facciate curve che richiamano l’oceano.
“Vorrei che un giorno ci svegliassimo a Alto Leblon sulle colline, per poter guardare la Baia di Rio al mattino e rincasare a tarda notte dopo le nostre litigate alcoliche al Jobi. Mi piacerebbe passeggiare assieme per le boutique di Leblon, solo per osservare ogni volta come non ti é mai importato nulla dei vestiti, della moda. Ma solo di andare a mare, con il tuo dannato cafezinho in mano”.
Edson le aveva proposto di trasferirsi a Leblon una volta che lei se la fosse davvero sentita di “fare sul serio”. Ma che cavolo voleva dire “fare sul serio?” Di che cosa aveva ancora bisogno quell’uomo per darle fiducia?
“Al diavolo quella casa a Leblon!”. Pensa Celeste, tornando sulla battigia e invertendo il senso di marcia, in direzione Arpoador. Sono quasi le sette di sera. Avrebbero dovuto cenare in una churrascaria a Copacabana per un rodizio infinito di carne e guardare assieme il derby Fla-Flu dopo l’ultimo tuffo in spiaggia.
Nello stesso momento Edson sta continuando a camminare senza una meta, mentre cerca disperatamente di dare un senso al luogo in cui si trova e persino di ricordare perché si sia trasferito in quella dannata città. Quando imbocca la prima traversa, gli sembra di sentire il respiro dell’oceano. Il profumo del sale gli vela la vista, trasformandola in una foschia. Celeste è sempre stata attratta dal mare come da una forza magnetica; forse ha preso quella direzione.
Quando raggiunge Avenida Atlântica, l’immensità dell’oceano rallenta il battito del suo cuore. Non appena i suoi piedi affondano nella sabbia, si sente più vicino a Celeste. Mentre il sole scivola verso l’orizzonte, riaffiorano all’improvviso i ricordi che fino a quel momento gli erano sfuggiti. Le onde che gli accarezzano i piedi mutano in una sorta di rete invisibile di comunicazione con l’amata, ricordandogli che un tempo avevano condiviso, nei loro cuori, quello scenario mozzafiato. In quell’istante Edson sente che Celeste é molto vicina. Sceglie una direzione lungo la spiaggia e si lascia guidare unicamente dal proprio istinto.
Celeste continua a non voltarsi mai indietro. Decide di raggiungere il promontorio roccioso dove tutti i carioca si riuniscono a godersi il tramonto.

D’un tratto si sente sfinita, completamente vuota. La lunga marcia nella Copacabana-Leblon e’ stata quasi catartica. Crede non proverà mai piú nulla, nessuna emozione, che sia gioia o dolore. L’energia di Rio, il vento umido e il fracasso delle onde, la nonchalance dei suoi abitanti e la loro inguaribile voglia di ballare, cantare e sostare, hanno preso il sopravvento sulla sua furia. Come se perdendo le ragioni della sua ira non riuscisse piú a riconoscersi, a ricordare Edson, loro due, la loro tormentata passione.
C’é solo Rio. La città in cui nulla ha piú importanza, in cui tutti sono nessuno e l’Oceano sciacqua le coscienze e le crepe, accoglie le debolezze, sospendendone la tragicità e alleggerendo le anime a nuova vita. La saudade di Rio é una malattia creativa, la presenza dell’assenza, un orgoglio di un passato perduto nutrito di un senso di rinascita, il ricordo doloroso di qualcosa ormai svanito, la nostalgia di un ricordo irripetibile, di un passato troppo giovane per essere celebrato, eppure già struggente.
..And when she passes he smiles
But she doesn’t see
She just doesn’t see
Celeste dimentica le ragioni per cui fino ad ora non si era mai voltata. Finalmente lo fa.
Di fronte a lei, lui!
Stefan Zweig, che a Rio trovó la sua casa, disse che “l’intensità di un amore è sempre misurata in modo errato, se si giudica tale amore in base alla sua causa occasionale e non sulla scorta della tensione che lo precede, di quel vuoto oscuro di disinganno e solitudine che sta dinanzi a tutti i grandi eventi del cuore.”
Sono entrambi sull’Arpoador. Il volto di Edson é arancione intenso, della stessa tonalità di cui si colorano le rocce verso quell’ora sull’Arpoador.
Forse sapeva che l’avrebbe reincontrata lí, forse l’aveva avvistata in spiaggia e aveva pensato di lasciarla libera, stando qualche passo indietro. L’unica cosa che lui ora sa é che non vorrà mai piú imbattersi in quel macigno, un senso di vuoto che sembrava aver annullato ogni senso. Credeva non si sarebbe mai piú voltata verso di lui.
Celeste non sa quasi piú chi sia, quell’uomo, quello sconosciuto. Si avvicinano intontiti, uno di fronte all’altro, non sanno che dire.
Lei chiede scusa “Non so che dire, non sento niente, non so come spiegartelo”.
Lui sorride, intenerito, aspettava solo che quel suo strano carattere producesse una delle tante frasi sconnesse.
Apre le braccia e la avvolge, non gli importa se lei non vorrà.
Quando scioglieranno quell’abbraccio, tra di loro sarà
un nuovo inizio,
una nuova vita,
un nuovo amore,
e sullo sfondo..sempre
Rio.

