Mzungu casuali nella Rift Valley

Ho letto in un libro di Ryszard Kapuściński, “Ebano”, che per gli africani il concetto di tempo non è scientifico. E’ una categoria flessibile, elastica, aperta e soggettiva. In Africa è l’evento a plasmare il tempo, laddove l’uomo ricopre una centralità cruciale, che espropria la scientificità del suo corso. Quando cominciano gli appuntamenti? Quando le persone si riuniscono. Lo fanno spesso estemporaneamente ed in piccoli gruppi, clan, sette. Accade spesso sotto un albero. L’albero è tutto in Africa, ombrello di riunioni, dibattiti, matrimoni, funerali. Il senso comunitario degli africani diventa necessario in virtù dell’oppressione derivante dallo spazio e dalla natura sconfinati. Intimoriti dalle calamità, dalla preponderanza della natura, dai pericoli del buio e della notte, la roccaforte del clan diventa luogo sicuro e casa, rispetto alla possibilità di poter incontrare altri esseri umani a molto “tempo” e “spazio” di distanza. Oggi ho impiegato quattro ore di tragitto per percorrendo in una jeep i 150 km di strada tra Mbeya e il Lago Malawi. Il susseguirsi di “eventi” casuali ha rallentato il viaggio previsto: controlli sommari della pattuglie di polizia (cui spesso non si procede senza “mancia” aleatoria), blocchi umani di venditrici di banane sulla carreggiata, raccoglitrici di tè sulle colline, coltivatori di riso che hanno il piacere di insegnarne la filiera artigianale dalla raccolta alla tostatura nello sgabuzzino di casa, repentini cambiamenti climatici, poi l’arrivo, in un diroccato “resort” in un’ ex colonia luterana nel nulla, una delle tante, qui nel continente.

Mzungu casuali nella Rift Valley

Scrivo da Mbeya, alle luci dello zenit tanzaniano. Dietro la mia scrivania un ragazzo sta irrigando il terreno per far germogliare una pianta di caffè pacamara, o forse un mango, un avocado. Sono atterrata una settimana fa nella notte di Dar es Salaam, trascorrendo un giorno nella capitale della Tanzania, affacciata all’esotica Zanzibar, con cui ha poco da condividere. Se il quartiere di Oyster Bay, originariamente edificato e vissuto dai coloni britannici, è considerato il quartiere esclusivo della city, abitato principalmente da europei impiegati presso le ONG e altre organizzazioni internazionali, il resto della metropoli è molto lontano dalle leggende della crescita africana di cui ho sentito narrare in Italia. Ho osservato i quartieri sterrati e le angoscianti corsie della capitale dal furgone che ci ha scortato nelle ventiquattrore di permanenza, per poi recapitarmi ancora all’Aeroporto Julius Nyerere. Con un volo interno Air Tanzania sono approdata nell’interno sconfinato del paese per raggiungere l’Utengule Coffee Lodge, ancora una volta tramite una notturna e spesso sterrata strada di percorrenza.

Mzungu casuali nella Rift Valley
Mzungu casuali nella Rift Valley

Sono venuta fin qui per partecipare alla vita di piantagione nella Rift Valley, osservando, vedendo, timidamente partecipando alla raccolta del caffè assieme ai protagonisti di questi luoghi. Sono in Africa da una settimana e non mi sono ancora abituata ad essere dominata dalla Natura. Credo che pur essendone figlia mi spaventi, quando mi avvolge svegliandomi la notte con i suoi suoni imprevisti, sorprendendomi, intimorendomi. Il momento che preferisco è l’imbrunire, quando il vento accarezza gli alberi, le innumerevoli sfumature del cielo si esprimono, la Natura si calma, gli esseri umani si ritirano o si raccolgono attorno ai falò per scaldarsi e illuminare conversazioni. Ho appreso che i locali temono il buio, credono sia portatore di spiriti maligni. Il loro timore è forse superiore a quello dei bambini che in questi giorni hanno visto per la prima volta me e miei compagni di viaggio, degli mzungu (bianchi/stranieri/). La nostra routine è semplice e cadenzata dai ritmi della Rift Valley.

Mzungu casuali nella Rift Valley

Seguiamo i ritmi del sole, svegliandoci alle 6.30, facciamo colazione alle 7.30 con frutta tropicale, banana bread, avocado toast, caffè in french press. Stiamo in piantagione fino alle 12.00. Poi visitiamo dei villaggi locali guidati da alcuni capi tribù. Ceniamo presto, sulle 19, accompagnati dal tramonto. L’Utengule è un segmento quasi extraterritoriale, costruito da una famiglia di svizzeri e danesi. Ospita occasionalmente mzungu che vengono a visitare la piantagione in piccoli gruppi, a volte auditor delle organizzazioni internazionali. Ne conosco uno, Gregory, funzionario della Banca Mondiale qui in monitoraggio di un tender. Ci incontriamo a colazione per caso, mi consiglia vivamente di provare la spanish omelette che può ricordarci la casa occidentale, rispettivamente Washington DC e il Nord Italia. Una sera invece ci viene omaggiato al tavolo un ottimo Syrah sudafricano, i mandanti sono una coppia di tedeschi, vogliono brindare assieme a questa randomica notte tra mzungu nel mezzo del nulla, quasi ci servisse a farci coraggio. Il proprietario di casa ha costruito un lodge in un delizioso e accurato stile safari coloniale, dotato di campi da tennis, piscina e area ristoro, affacciato in un panorama sconfinato e mozzafiato. Si è stabilito qui dopo trent’anni di peregrinazioni nelle regioni caffeicole, basando il proprio business nella vendita del caffè verde ai grandi trader e in piccola parte nella tostatura del caffè per il mercato domestico.

Tosta a Dar, nel cuore di una favela, nella casa di un botanico strambo visitata nel corso delle ventiquattrore nella capitale. Accanto alla torrefazione, questo signore ha coltivato una sorta di orto botanico, dove scopro l’esistenza di specie mai sentite: l’anato, la carambula, il jackfruit, lo star fruit. Lo strambone, sempre svizzero, sposato con una tanzaniana e residente qui da circa 30 anni, è la nostra guida da circa una settimana, goffo ma utile intermediario in swahili tra noi e la popolazione locale negli angoscianti mercati locali, in piantagione, nei villaggi.

Grazie a questo canale comunicativo riusciamo a interagire, impariamo almeno a salutare “Habari”(ciao). E’ una parola magica, cui segue spesso un dono, un frutto, una pallina di pane fritto simile a un berliner krapfen, servito sugli ubiqui secchielli di plastica. Li ho visti ovunque, in hotel, nelle stazioni di benzina, in cucina. Le donne riescono a caricarli in testa in equilibrio, riuscendo a trasportare qualsiasi cosa, non solo le drupe di caffè. Originariamente il secchio serviva per procacciarsi l’acqua, mentre oggi è un oggetto multitasking che trasporta qualsiasi cosa, come noto al mercato di strada. Che vengano da lì gli ingredienti del nostro burger serale? Il botanico mi ha spiegato che tutte le catene di alimentari internazionali come Carrefour sono fallite, tra tangenti da saldare e mancanza di consumi. Forse è per questo che l’altro giorno, quando ho assaggiato uno stufato di antilope, mi hanno parlato di una gourmetteria locale a km 0. In effetti, servita sul vero comfort food africano, l’ugali (una sorta di polenta bianca), aveva il suo perchè. In piantagione invece i braccianti mi hanno invitato ad assaggiare uno spezzafame locale: sgranocchiano zucchero di canna fresco, sembra addentino un sedano gigante per poter succhiare quell’essenza dolcissima. Come fanno? Mi chiedo, poiché molti di loro vestendo in colori coloratissimi sulla pelle scurissima mettono in risalto solo pochi denti bianchissimi. Credo che il reiterato utilizzo dei superlativi serva a sottolineare l’intensità dell’immagine.

Ci sono quasi solo donne a raccogliere le drupe di caffè: ciliegie rosse, succose, dense. Pare che le donne siano più”brave” ed “accurate”, dice il proprietario. Le donne sono protagoniste anche al mercato, vendono frutta, verdura e pesce. Per loro il mercato è un luogo di ritrovo, di chiacchiere, di civetteria. Spesso reggono i loro bimbi con delle fasce colorate e li portano sulla schiena. Hanno in media cinque bambini l’una, spesso da mariti diversi, appartenente anche a diverse tribù. I masai sono del nord, qui fanno solo i guardiani della farm e del lodge, oltre ad essere degli ottimi giocatori di calcio balilla. L’altro giorno abbiamo conosciuto un capotribù safwa, sposato solo a due donne, sebbene il padre detenga il record di sette mogli. Qui sono tutti cristiani, della chiesa morava luterana, retaggio mutuato dalla dominazione tedesca nel Tanganica, poi passata agli inglesi, ecco il perché dello stile di guida londinese. Ho chiesto incuriosita “ma come si inserisce il cristianesimo nella poligamia?” “Oh well, Claudia, that’s a creative encounter between animism and Christianity”, mi ha spiegato lo svizzero, contestualmente all’ennesima illustrazione tecnica di chissà che specie botanica all’orizzonte. In quel momento uno dei miei compagni di viaggio, il greco Dimitris, è smottato: “I am in Africa and this malaka continues to talk plants, I wanna see elephants!”

E’ bello vedere come ognuno di noi, dallo scalo a Istanbul all’arrivo in Tanzania, stia vivendo l’impatto con il continente più primordiale, l’Africa. Siamo in sei mzungu:

  • Il mio collega italiano coffee nerd: ci sta accompagnando per seguire la parte tecnica del nostro percorso in piantagione. Corre tutte le mattine all’alba nella Rift Valley, è un patito del trail. Mi ha coinvolto in una lunga corsa ad alta quota tra gli alberi di caffè. Sono riuscita a negoziarla per il tramonto, quando le ragazze di Utengule lasciano la piantagione per rincasare e la vegetazione rilascia i profumi più inebrianti. Una corsa a pieni polmoni.
  • Un ingegnere bosniaco di mezza età, amante del caffè, paterno, silenzioso, misurato, sensibile. L’ho spiato mentre si ritirava tutte le sere a consumare caffè e sigarette davanti al paesaggio africano, prima che mi invitasse ad unirmi a lui. Controlla sempre che non rimanga indietro nel tragitto, mi ha stretto la mano dopo aver assistito ad una prestazione di calcetto. E’ un ex cintura nera di karate, non dice quasi una parola, tuttavia è forse la persona più curiosa del gruppo e non esita a provare qualsiasi esperienza culinaria e non. Sembra che nulla lo possa scomporre. Credo però che nel suo rumoroso silenzio sia un acuto ascoltatore: mi ha abbracciato forte prima di lasciare Mbeya per dirigersi verso il safari nel Serengeti, dicendomi “non avere fretta, mi sono sposato a 45 anni a San Pietro, quando sarà ora lo saprai”.
  • Un altro ingegnere bosniaco di trent’anni, timido e allo stesso tempo socievole, scoppia in risate fragorose. Un vero balkan brother, forse titubante solo rispetto alla nostra presenza di mzungu nel mercato locale. “E’ per loro questo posto, non siamo ad un museo. E’ vero che siamo in Africa, ma forse dobbiamo prenderla step by step, per me possiamo rincasare”.
  • Un coffee nerd e un commerciale greci, l’uno un po’ intimorito dalle potenziali malattie, dallo sporco, dal cibo, dalla parziale sensazione di insicurezza; l’altro un sedicente “village boy” dell’Arcadia, “I can adjust everywhere Claudiaki”, mi dice, “the important is to stay together”. Entrambi sono accomunati da un incomparabile empatia, sono stati i primi a socializzare con i locali senza sapere una parola, ricevendo abbracci e sorrisi con un semplice saluto “hey, brother”. Tutte le sere appiccano il fuoco e stanno a chiacchierare fino alle 2 del mattino, i greci non dormono mai. In una di quelle notti mi hanno ricordato che

nonostante le difficoltà del viaggio eravamo tutti lì, files, in una “lifetime memorable experience”. Era la verità.

Ho ringraziato per la loro vicinanza sul lago Nyasa, limes naturale tra Tanzania e Malawi, dove il senso di appiattimento del tempo e l’oppressione dello spazio africano era diventata quasi insopportabile. La reception del diroccato “resort” presso cui abbiamo soggiornato era una capanna, dove ci aveva accolto un cameriere per proporci un menù terribile a fronte di una cucina dall’aspetto abominevole. Entrando nel mio bungalow mi sono sentita in trappola, le lenzuola e i cuscini erano segnati dal sudore precedente, la zanzariera era rotta, la doccia utilizzava l’acqua del lago, contaminata da batteri molto aggressivi secondo le autorità sanitarie italiane. “Science is wrong”, si ostinava a ripetermi il botanico, insistendo perché mi tuffassi per un bagno. Ci ho litigato.

Quella sera l’unica luce ad illuminarci era del consueto falò. Eravamo completamente disconnessi, senza wifi, senza campo, gli africani del posto non possedevano uno smartphone e non potevano prestarci hotspot. Sembrava un sogno, in realtà quasi un incubo. Le zanzare avevano iniziato ad affollare la notte, io e Dimitris cercavamo uno spray, credevamo di impazzire, il villaggio era circondato da parecchie pozzanghere di acqua ferma. Oltre a un paio di vaccini, nessuno di noi aveva fatto la cura preventiva per la malaria. Eravamo completamente indifesi ed esposti al pericolo ingovernabile della Natura. Quella sera c’era la partita degli europei Italia-Spagna. Avevo chiesto allo svizzero di provare a procurarmi anche solo una piccola tv, vedere le facce di Chiesa e Donnarumma sembrava la mia salvezza. Tutti si erano coricati in stanza ed ero rimasta sola ad aspettare il calcio d’inizio nella desolazione più totale della reception deserta. D’un tratto erano spuntati tre ragazzi dall’oscurità, ne avevo intravisto solo gli iridi bianchi. Si erano avvicinati allo schermo, oddio. All’improvviso, Dimitris e Andreas sono spuntati altrettanto! “Are you ready for the game Claudiaki?”

Mzungu casuali nella Rift Valley

Sollievo. Credevo fossero andati a riposare invece erano tornati nel buio della notte solo per farmi compagnia. Nell’oscurità ho sentito il calore e la luce della fratellanza e dell’amicizia, quella che loro chiamano “family”. Mi sono sentita al sicuro. Una volta lì, Andreas è andato in cucina per ordinare qualcosa, continuando a ripetere “pitsa, pitsa!”, con quell’accento greco. Lo chef tanzaniano se la rideva senza capire. Ho detto la parola magica “Margherita”, ricordando che era scritta sul menù. Il match iniziava, la pizza non era niente male, lo chef e molti altri abitanti del villaggio circostante erano diventati spettatori. La Spagna ha segnato 1-0. I greci tifavano per noi. Arrabbiandosi per la nostra deplorevole prestazione, dicevano che gli italiani sono gay, flori.

Non dimenticherò mai di quella notte paurosa, salvata dai fratelli greci e dal loro pervadente senso di umanità, di libertà. Anche nel cuore dell’Africa, tagliati fuori da qualsiasi affetto, da qualsiasi contesto di senso compiuto, nel cerchio infinito e sovrastante della natura, dello “spazio” e del “tempo”. In Africa mi sono sentita infinitesimale, transitoria, caduca, finita, umana. Ed è qui che mi sono ricordata del senso assoluto e necessario dell’umanità, di quanto abbiamo bisogno degli altri, di quanto non possiamo bastare a noi stessi.

Habari

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