Storia di una nazione “handed-over”

HONG KONG

“Cammini nel sole di mezzogiorno e d’un tratto non vedi piú la tua ombra”.

Cosí Lawrence Osborne descrive metaforicamente i gwai lo nel suo Java Road, romanzo ambientato ad Hong Kong. Java Road é la lunga via in cui soggiorno nella “Asia’s World City” nel caldo novembre del 2025. Java Road é anche il lungo corso che collega lo storico quartiere di Wanchai a  Fortress Hill, tranquilla zona residenziale fronte mare dove gli uffici si alternano a sofisticati locali in cui degustare oche alla pechinese, dessert di strada al sesamo nero, fino ad approdare a Victoria Park, il giardino del jogging. Lo stesso dove, ancora, risiede il monumento alla dea della democrazia, celebrato in memoria dei fatti di Tiannanmen ogni 4 giugno, quantomeno fino all’ inizio del covid 19.

Storia di una nazione “handed-over”

Chi sono i gwai lo? Quel che rimane degli expat resident a Hong Kong, spiriti che orbitano attorno alla finanza nel quartiere di Central, all’alcolico friday night negli speakeasy di Sheung Wan, al jazz club Foxglove e al fine dining di Duddell’s, ai circoli come il Soho House e la Lobby dell’Intercontinetal in cui solo sussurrando si puó parlare di politica, cosí come  alle corse dei cavalli che dal 1847 si tengono ogni mercoledi sera all’Happy Valley Racecourse. Sono i signori che hanno comunque deciso di restare dopo l’handover dalla Gran Bretagna alla Repubblica Popolare Cinese, nonostante la violenta rivoluzione degli ombrelli del 2014, la legge della sicurezza nazionale implementata da Pechino in piena pandemia(2020) e i due milioni di stranieri che di conseguenza hanno lasciato il paese negli ultimi cinque anni.

I luoghi in cui preferisco sostare a Hong Kong sono le chaa chaan teng. Non sono nulla di speciale. Sono degli all day diners, alcuni piu stilosi e chic, altri meno, alcuni quasi squallidi. La prima volta che mi sono seduta per cena mi hanno portato un bicchiere di acqua calda e delle posate. Come una sciocca ho bevuto l’acqua calda, pensando fosse chissà che rituale locale ayurvedico. Per fortuna un avventore dello Swiss Café mi ha spiegato che in realta l’acqua serviva per risciaquare il cucchiaio, gli hongkongesi non si fidano della pulizia. Mi piace frequentare questi locali perche in essi é contenuta la singolare cifra identitaria di Hong Kong, ad ogni sorso, in ogni gesto. Non é consuetudine socializzare  nelle chaa chai teng con degli sconosciuti seduti nel tavolo accanto.

Storia di una nazione “handed-over”

Peccato per i turisti che presi dalla foga devono interagire a tutti i costi con i locals per raccontare di aver vissuto un’esperienza “autentica”, qualsiasi cosa essa significhi. L’abitante medio di Hong Kong é cosmopolita, well educated e spesso stakhanovista, non ha tempo di oziare, perdersi in chiacchiere. L’atmosfera di Central nei giorni feriali rende l’idea dell’energia della città, una sorta di rat race londinese che racchiude in sé la frenesia della capitale finanziaria asiatica: luccicanti grattacieli glamour, passaggi pedonali sopraelevati che collegano i building delle firms, bus rossi double decker e passi felpati di individui in completo di ottima fattura che brulicano nella tube e nelle veloci pause pranzo nelle case da té.

Qui i colletti bianchi prendono le bacchette, ordinano un milk tea, poi optano per un piatto di noodles o dim sum o dell’ anatra arrosto con riso, a volte per un full hong kong breakfast: l’iconico pineapple bun, uova strapazzate, noodles con prosciutto cotto nel brodo, un French toast ripieno di uova, fagioli. Poi si alzano velocemente, saldano il conto con la oyster card o con wechat Hong Kong (che funziona solo qui, non in mainland China e Macao, dove opera la divisione di WeChat locale), oppure in contanti. Scene di vita quotidiana di un territorio handedover, dove il té con il latte, di sicuro lascito britannico, é molto piu che un distintivo gastronomico. Assieme all’iconico taxi rosso anni Settanta, il milk tea é il simbolo di una città indomita che continua a esprimere l’unicità del suo fascino e della sua determinazione. La #milkteaalliance, un hashtag popolare nei social del mondo asiatico (Corea, Malesia, Hong Kong), sta a significare un simbolo di resistenza democratica che non vuole vedere appannare a nessun costo le proprie prerogative, conquiste, radici, in favore di vicini culturalmente e demograficamente ingombranti. Essere un territorio “ceduto” non deve essere facile.

Le origini di Hong Kong sono avvolte nella leggenda. Pare che originariamente le antiche tribú tanga, etnia che ancora sopravvive nelle cittadine costruite sulle palafitte nell isola di Lantau, fossero zoomorfe, fatti di squame anfibie e pelle umana. Leggende o meno, questi signori erano popoli del mare, pescatori e poi schiavi della dinastia cinese Song che qui si appropriarono delle saline. Dopo il trattato di Nanchino (1842), gli inglesi innalzarono a Possession street, nell’odierno quartiere trendy di Sheung Wan, la bandiera dell’ Union Jack. Diedero cosí inizio a quello che i cinesi di Pechino chiamano “il secolo delle umiliazioni”. I britannici stabilirono qui l’ecosistema della loro colonia, erigendo i simboli e i segni culturali dell’ impero: l’ istituto Victoria, la Cattedrale anglicana di St. John, la Central school (dove studió anche Sun Yat Sen), il PMQ,  dove alloggiavano circa 1951 agenti di polizia “sposati”(ora un complesso modernista multipiano), la stazione centrale di polizia Tai Kwun, le infrastrutture, lo Star Ferry d’epoca vittoriana. Si insediarono in città lasciando fuori controllo le zone in cui sapevano che non sarebbero potuti intervenire per via dello iato culturale e dell’indice di “irrecuperabilità”, puro stile di ottimizzazione anglosassone. La Walled city di Kowloon, dove prostituzione, gambling e narcotraffico avrebbero proliferato a piede libero fino agli anni Ottanta, é l’emblema dei territory dimenticati dalla Corona. Qui la popolazione si addensó ancora piu drammaticamente a seguito della guerra civile cinese (1946-1949), quando i profughi nazionalisti dalla Cina continentale raggiunsero le 670.000 unità.

Storia di una nazione “handed-over”

Partire dai vecchi deck della zona di Central e di Admiralty, dove hanno sede gli edifici governativi, per approdare alla sponda di Tsim tsa Tsui, é un’ operazione per veri romantici perditempo che possono prendersi il lusso di evitare la metro, rallentare e osservare la metropoli asiatica dall’acqua. Dallo Star Ferry si puó apprezzare il paesaggio tropicale e al contempo futuristico di Hong Kong, in cui l’urbanistica stratifica i vari passaggi della Storia. Primo fra tutti si staglia il grattacielo della Bank of China, poi il Lippo, la Victoria Trail, l’HSBC di Norman Foster, che  all’epoca della costruzione (anni Ottanta) fu l’ edificio piú costoso del mondo, peccato che oggi sia finito a congelare i conti dei pro democrazia.  La Storia che decise di consegnare nel 1984, nelle spoglie della Signora Thatcher e Deng Xaioping,  la città di Hong Kong al vicino cinese, a patto che HK non diventasse Cina, ma si instaurasse il benenoto status: un paese, due sistemi.  Hong kong avrebbe mantenuto la sua valuta, in parità fissa col dollaro, il suo francobollo, la sua dogana, il prefisso +852, il suo Parlamento. Tutto pressoché autonomo, ad eccezione di Difesa ed Esteri, a gestione pechinese. L’anno ufficiale dell’handover fu il 1997. Dallo Star Ferry si puó osservare l’Hong Kong Convention and Exhibition Centre (HKCEC), situato nel quartiere di Admiralty, su cui Re Carlo, Tony Blair e il governatore di Hong Kong Chris Patten assistettero alla cerimonia di “passaggio” di consegne ai leader comunisti. Il testo dell’handover, ratificato e depositato presso le Nazioni Unite, avrebbe dovuto garantire il mantenimento del predetto status di Hong Kong per i successivi cinquant’anni.

Una volta attraversato il mare e attraccato a Tsim Tsha Tsui, dove il mercato immobiliare cresce a dismisura con architetture accattivanti come il K11, premiando il sofisticato Rosewood Hotel come migliore al mondo, sta da qualche tempo il Peninsula Hotel, in passato conosciuto come “il piú bell’ hotel a est di Suez”. Nella hall di quest’ elegante hotel leggendario, nel 1942 i giapponesi chiesero ad Honk Kong la resa. Gli occupanti giapponesi, cosí come gli odierni “inquilini” cinesi continentali, non riuscirono a domare lo spirito di questo territorio, di una città che sa essere sfarzosa, trendy, inaccessibile, visionaria, ma al contempo antiestetica, underground, mistica, caotica e trasandata. L’energia invincibile di Hong Kong emerge dall’ intensità spirituale del tempio taoista di Man Mo, incastonato tra i grattacieli della citta piú verticale del mondo, dalle luci al neon cyberpunk che Pechino vuole rimuovere. Le stesse che illuminano le strade di Temple Night street a Mongkog,  scorci oscuri e maleodoranti in cui talvolta spunta un venditore ambulante di patate arrostite e noodles che riportano ad un Asia primigenia, in cui dell’occupazione straniera e della geopolitica non importa a nessuno. Da europea osservo la forza di sopravvivenza di un Popolo che continua ad esistere pur avendo importato e incorporato il nostro business, la nostra gastronomia, gli usi e i costumi occidentali, a volte abbellendosi, a volte perdendosi, ma sempre restando fedeli a sé stessi in un’ incomparabile sintesi.

Una cifra identitaria che sopravvive in un diffusissimo simbolo a Hong Kong: le impalcature di bambú. Sono ovunque in città e guai a chi si azzarda a demandarne la sostituzione. Nell’epoca in cui scrivo, peró, l’identità del bambú inizia a scricchiolare nella tragedia dell’incendio Tai O. Hong Kong va in fiamme, bruciando nello scandalo della speculazione edilizia. Molti incolpano il bambú, ignorandone la natura antinfiammabile. Una città sotto shock e in lutto che vuole capire con chi si deve infuriare, ancora resistendo, seppur nel senso di impotenza ma di incredibile dignità della sua popolazione. Dal terrazzo dello Sheraton di Tsim Tsa Shui attendo di vedere le Symphony of Lights che ogni giorno alle ore 20.00 illuminano la baia di Hong Kong. Una ragazza in lacrime mi informa che lo spettacolo é sospeso per via del lutto cittadino, precipitando in un lungo sfogo verso gli avidi speculatori immobiliari, la mancanza di trasparenza dei media, il dolore di una città che chiede disperatamente rispetto.

Cerco di leggere la stampa locale per carpire qualche dettaglio, soltanto che nei drugstore é reperibile solo il South China Morning Post (ora parte del gruppo Alibaba), dove vedo spiattellata le facce di Xi Jinping e Donald Trump che si stringono la mano. La testata é l’unica rimasta in circolazione e autorizzata da Pechino. Jimmy Lai, il magnate fondatore del giornale Apple Daily, una sorta di Charlie Hebdo prodem, é stato condannato a vent’anni di detenzione per cooperazione con forze straniere e sedizione malgrado le sue condizioni di salute. Nonostante gli appelli della famiglia e dei leader mondiali, Lai e il suo giornale rimarranno dimenticati, chiusi e dissolti, proprio come il Partito Democratico di Hong Kong, sciolto nel corso del 2025. 

Prima di lasciare il Paese ho visitato il museo della storia di Hong Kong a Tsim Tsa Tsui. Mi ha accolto un’interessante mostra temporanea sulla prospettiva cinese riguardo agli ottant’anni dalla liberazione della “guerra antifascista contro i giapponesi”, costata circa 35 milioni di vittime alla madrepatria pechinese. D’altronde un saggio Mao Dzedong diceva che “senza la morte la vita umana non esisterebbe”. Ricordando questa massima, sono proceduta poi verso la sezione A Holistic approach to National Security. Ho provato ad apprendere di cosa si trattasse questo “approccio olistico”: A holistic approach to national security stresses the need to construe and put into practice a macro perspective.  The mega security currently encompasses twenty major interconnected fields: political, military, homeland, economic, financial, societal, scientific and tech, cyber, food, ecological, resource, nuclear, overseas, outer space, deep sea, polar, biological, AI, data…security.

Nella stanza adiacente ho letto :Patriotism is the core of the Chinese national spirit and the very foundation for the steady and effective implementation of “One Country: Two Systems”. We must internalize the concept of patriotism and the love for Hong Kong. We must instill in our next generation the awareness and the proactive responsibility for safeguarding national security, to build a better Hong Kong, and to contribute to the realisation of national rejuvenation actively.

LAWS MUST BE OBEYED. HONG KOND NATIONAL SECURITY LAW ENDS VIOLENCE AND CHAOS, AND RESTORES ORDER. Con una sorta di dejavú, ho riletto quanto illustrato allo Shenzen Science and Technology Museum qualche giorno prima.. la consistency del Partito é importante. 

Mi é sorto peró un dubbio: Da che disordine deve essere salvata Hong Kong?

Finalmente, arrivando alla sala delle “conclusioni’, piuttosto frequente in ogni mostra cinese, una sorta di predisposizione al tirare le somme, ho colto l’essenza del punto di vista pechinese:

Today, five years after the promulgation and the implementation of the Hong Kong National Security Law, Hong Kong is experiencing a crucial phase of transitioning from chaos to order and advancing from stability to prosperity while the implementation of “One Country, Two Systems” has entered a new chapter. The favourable situation in Hong Kong today does not come easy and has arrived at a considerable cost. We must cherish these hard-won gains by consolidating and building upon the positive momentum. Regardless of the international dynamics, we strongly (chi?) believe that Hong Kong with the strong support of the Motherland, the collective determination of all people of Hong Kong and strong security safeguard in place, will continue to strive ahead with perseverance.

Amen. (semicit.)

“Cammini nel sole di Mezzogiorno e d’un tratto non vedi piú la tua ombra”

Questi siamo noi, gli expat che vanno e vengono, quelli con cui avete convissuto a volte amandoci, a volte odiandoci. Noi potremo scomparire sotto il sole dello zenit, voi che farete, operosi e affascinanti cittadini di Hong Kong? Sparirete con noi?

I tanka di Lantau, vostri antichi progenitori, continuano a intonare questo poema nelle vostre vene:

SQUAME

“Ma se davvero, davvero credi

Che essere libero renda mostruosi

Quale scelta lasci?

E’ vero. Alcuni preferiscono la seta ed il velluto

Lacca e porcellana. Oro giallo e giada.

Forse tutti, in altre circostanze

Invece, vedi quanti, qui,

Piuttosto scelgono le squame

(Ilaria Maria Sala, “L’eclissi di Hong Kong”)

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