Faccio un parcheggio raffazzonato con le quattro frecce. Pioggia a catinelle. Mi inzuppo per ordinare al Fabrika di Podgorica (Montenegro)un caffè take away prima del lungo viaggio che mi riporterà a Pristina attraverso le montagne e i boschi dei Balcani.
“Quell’auto è tua?” Mi dice un millennial del posto dall’aria meditabonda, sfumacchiando una sigaretta arrotolata e fissando la mia skoda.
“Si, perché?”
“E che ci fai con un auto kosovara?”
Storia dei miei ultimi tre giorni.
Prima di partire per la missione avevo svolto i soliti controlli di ruotine per raccogliere le informazioni necessarie. Mail all’Ambasciata italiana per sincerarmi sulla fluidità dei controlli di frontiera tra Kosovo, Albania, Montenegro. “Faccia la strada per Scutari, è semplice, veloce, agevole”. Proprio come mi aveva consigliato il mio agente croato T, seppur aggiungendo “Ambasciata dice regole ma ragazza sola al confine nei Balcani non sa mai cosa succede, Clavdia faccia attenzione”. Per espatriare dal Kosovo avrei solo avuto bisogno di una certa “carta verde” una volta alla guida. O quantomeno così scrivevano essere sufficiente.

Identikit di un paese: Kosovo. Dichiarazione unilaterale di Indipendenza: 2008. Riconoscimento di 106 dei 193 Stati delle Nazioni Unite, con qualche grande assente come Serbia, Spagna e Grecia. Effettività? Ancora in bilico, le forze di difesa e gli affari esteri sono ancora appaltati al cocktail di signori che spio sul volo Vienna-Pristina: attachè, personale dell’Osce, militari della Nato, funzionari delle Nazioni Unite.
Un mercoledì qualunque mi trovo all’hotel Mercure di Pristina e faccio colazione con degli scozzesi in divisa mimetica. Soggiorno accanto alla base KFOR, costituita in Kosovo il 12 giugno 1999 su mandato delle Nazioni Unite, due giorni dopo l’adozione della Risoluzione 1244 da parte del Consiglio di Sicurezza. “Che ci fai alla KFOR?” Mi chiede C, un amico funzionario della Nato, “neanche io che lavoro nell’Alleanza da tredici anni ci sono mai stato, è una sede remota, non ci credo che sei lì solo per vendere, you are fishy”.
All’epoca della Risoluzione 1244 il Kosovo affrontava una grave crisi umanitaria, con scontri quotidiani tra le forze militari della sedicente Repubblica Federale di Jugoslavia e le forze paramilitari dell’Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UCK) (Esercito di liberazione del Kosovo, inserito dal Congresso americano tra i gruppi terroristici internazionali. La mancata firma di Slobodan Milosevic agli accordi di Rambouillet portava la Nato a bombardare unilateralmente Belgrado, innescando una guerra sanguinosa che infiammò la tensione tra i gruppi etnici e portato a quasi un milione di profughi. La missione Kfor, costituita da 27 nazioni contributrici a comando italiano, nasceva per proteggere la popolazione civile e smilitarizzare l’UCK, accusato di traffico di organi, maltrattamenti, detenzioni e omicidi ai danni di serbi, albanesi, e collaborazionisti del premier kosovaro pacifista Ibrahim Rugova. Per forza, mi dice Ardien, trentacinquenne imprenditore, a latere di un meeting nei sobborghi di Pristina, “Serbians set fire to all Pristina back than” “But now Pristina very nice city! Top nightlife, young population, one million and half people in all Kosovo!”. A novembre 2020 Hashim Thaci, ex leader dell’UCK, l’eroe nazionale, il Gjarpëri (Serpente), suo nome di battaglia, si è dimesso dalla carica di presidente del Kosovo.
Lo stesso che lesse la dichiarazione di indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008, divenendo uno dei simboli del Newborn state. All’epilogo della sua stagione politica è succeduto il suo mandato d’arresto da parte della Corte dell’’Aja per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un nuovo capitolo della storia dei Balcani per cui in questi giorni si stanno riempiendo le piazze di Tirana. Simboli, leader e confini equivoci che ossessionano il dilemma della sovranità dei kosovari.
Una sovranità e identità che viene blandita nelle strade della capitale, nei murales di Dua Lipa, nell’Avenue e nella statua dell’eroe che bombardò Belgrado, Bill Clinton, nella storia della birra locale che scorre a fiumi, la Peja, 100% made in Kosovo. Per i fan del “grocery tourism”, aggirandosi tra i brands presenti negli scaffali dei Balcani si possono decifrare pregnanti influenze geopolitiche. Consideriamo il business senza tempo della “merce d’impuso”: gli snack del dolciario, primi fra tutti i wafers. Nei Balcani si contendono lo scaffale gli entry level ucraini di Roshen (di proprietà dell’ex premier ucraino Poroshenko), i medium range dei colossi turchi Ulker e Eti, i produttori locali serbi Star e Jaffa e croati Kras noti per la cialda non croccante e zuccherosa, poi i vari italiani dalla cialda croccante e dalla crema emulsionata, di ottima qualità ma troppo cari e carenti in riconoscibilità del marchio per “i ragazzi che combatterono nella guerra di Jugoslavia”, amanti dei produttori locali. Sono loro i consumatori di questi prodotti golosi, non le nuove generazioni, “loro solo barrette proteiche” , dice T. Ecco che il bisogno di sovranità colpisce ancora: a Pristina si boicottano tutti i marchi serbi, non vedo traccia di Star e Jaffa. Trionfano i brand turchi e italiani, con qualche croato . Le stesse nazioni, soprattutto le prime due, che si occupano della sicurezza del paese, assieme agli americani, largamente celebrati a Pristina a partire dall’American Corner presente nella Biblioteca Nazionale Pjetër Bogdani. Gli American Corner, centri di diffusione di soft power a stelle e strisce, sono in tutto 700 nel mondo, di cui 3 solo in Kosovo. I marchi serbi ritornano negli scaffali montenegrini. Poco dopo essermi localizzata a Podgorica un amico serbo mi scrive in direct “finalmente sei in uno stato vero, prima eri solo in mezzo a drug dealers”. T aggiunge” “tutti generali guerra Jugoslava scappati tra montagne del Montenegro e finiti in Kosovo, li nessuno disturba, ecco perchè le targhe kosovare sono ancora sorvegliate speciali”. A gennaio 2024 è appunto terminata la breve ma intensa “guerra delle targhe”. I kosovari, stanchi di applicare degli adesivi identificativi ai controlli transfrontalieri, hanno rivendicato il diritto alla libertà di movimento e all’ufficializzazione della targa RKS anche nel resto dei Balcani, e che non se ne parli più.




Tuttavia, guidare un’auto kosovara rimane ancora un distintivo. Uni di quei dettagli per cui sono stata arbitrariamente trattenuta al confine con un paese “amico”, l’Albania, nonostante le rassicurazioni della mia Ambasciata.
“Get off the car and follow this guy”, mi dice l’agente di frontiera, consegnando il mio passaporto a un tizio che si dirige verso la stazione di polizia. Sono partita verso le tre e mezza da Pristina, con l’intento di percorrere con le luci del giorno la strada per Podgorica attraverso Scutari. Lascerò quella stazione di frontiera solo all’ora di cena.
“No english, shut up and sit down”, mi viene detto quando protesto di fronte a una multa fasulla, scritta in albanese. Chiedo notizie rispetto a dove ho preso la multa e ai limiti di velocità, in alcun modo indicati, che avrei infranto.
“30000 lek cash, now”. “300 euro?” “No maybe even 450€, and even 1000€”.
Una creativa escalation. Mi chiedo “che si aspettino davvero che paghi in cash”? Più tardi arriva il sedicente “chief del controllo di frontiera”, dovrebbe parlare inglese. Bofonchia qualcosa, dice che è il rental car a dover pagare. “Ah si, cambiamento così, d’emblée?
Beh, difficile che debba saldare io una multa tracciata in Albania, visto che devo ancora entrare nel paese. Volendo utilizzare il mio telefono, chiamano il numero di emergenza della mia compagnia di noleggio. Si parlano in albanese. Chissà che si stanno dicendo, io già sto pensando di tornarmene indietro e passare quel confine tra Kosovo e Montenegro via Rozaje, attraverso le montagne innevate montenegrine. A costo di farmi due ore e mezza di strada in più. Oppure potrei chiamare l’Ambasciata o chissà chi. Penso a mille soluzioni pur di liberarmi della faccia di questi ceffi, sempre se mi restituiscono il passaporto.
“Would you anticipate the 1000€ and then we’ll refund you?”, mi chiede Miss Sofia del rental car.
Certo, come no. Non capisco se non solo la multa sia fake ma se questi signori della polizia e della compagnia di noleggia siano pure d’accordo.
“Ok, quindi che si fa?” Ho freddo, si è fatta sera.
“Se ci aspettate possiamo mandare un’auto sostitutiva. A quella targa non sarà associata alcuna multa”.
“Ok, procediamo”.
Lo chief di frontiera, losco figuro, mi scorta al parcheggio dove dovrò attendere l’auto sostitutiva. Dovrò attendere un’ora e mezza. Vedremo.
Non è finita, dopo venti minuti torna da me. “You can go”.
In che senso? Chiamo Miss Sofia, le domando “questo tizio vuole incastrarmi? Che succede se percorro tutta l’Albania e poi mi ribloccano in uscita al confine col Montenegro”.
“Yes, you are right. Please stay and wait for us. It’s better you don’t proceed.”
Chiedo se sull’auto che devono sostituire penda davvero una multa, o sia solo un’imboscata. Dice che ha dei dubbi. Credo che il suo capo forse ne abbia un’idea migliore..
Nel dubbio, dice di attendere, una volta arrivata l’auto nuova mi lasceranno andare senza alibi.
Alle 20 arriva un tizio del rental car, mi cede la skoda sostitutiva e prova pure a spillarmi i soldi della benzina, ribatto che mi sembra il minimo che se ne vada senza proferire parola.



Sono libera, posso andare. Raggiungerò l’hotel a Podgorica a mezzanotte inoltrata, dopo essermi fermata per una grigliata in una baracca sul lago di Scutari.
“Quello che ti è successo è normale”, mi dirà qualcuno il giorno dopo. Avevi un auto RKS. “A proposito, che ci fai con un auto RKS?”.
Non lo so più. Oggi rientrerò a Pristina attraverso la strada di montagna del Montenegro, sono 3 gradi. Tra il checkpoint montenegrino e quello kosovaro intercorrono circa 4 km di strada senza illuminazione tra i boschi, dove spunta solo una camionetta dei Turkish aid. Chiedo:“che è sta cosa?”
“Turkish mafia, devoška, they are everywhere. Why are you going to Pristina?”
La stessa domanda che due newyorkesi mi rivolgono al Sonder di Pristina la stessa sera a cena, un locale chic dove sorseggiare un’ottima Peja ghiacciata. Io rimbalzo la domanda a loro. “Stiamo facendo un viaggio nei Balcani, tra Macedonia, Kosovo e Albania”. Lo dicono con quell’aria naive e trasognata degli americani fuori dal loro continente. Stanno guidando un’auto RKS, domani andranno a Tirana, forse saranno i prossimi. Chissà come reagiranno al “No English, shut up and sit down”. Forse salderanno i 1000€, o forse saranno più fortunati di me.
O forse come me si meriteranno di imbattersi nella realtà dei luoghi che crediamo di saper sempre risolvere dalle cancellerie atlantiche, ignari del valore di una targa d’automobile, degli equivoci che può produrre un disperato, ossessivo e talvolta violento bisogno di sovranità.





