Royal Geographical Society
Il viaggio, l’esplorazione, la geografia, il cosmopolitismo, sono sempre stati per l’Impero Britannico uno strumento fondante di conoscenza, potere economico, militare, politico. Tant’è che lo studio della geografia, che inevitabilmente si poneva anche al servizio della programmatica pianificazione strategica di Greater Britain, portò alla fondazione della Royal Geographical Society nel 1830, che oggi conta circa 16.000 membri. Nacque in origine con il nome di Geographical Society of London con il fine di promuovere l’avanzamento della scienza geografica, inglobando in seguito la più antica African Association, il Raleigh Club e la Palestine Association, fino ad ottenere il royal charter dalla Regina Vittoria nel 1848. Perché ne parlo? Da Leighton House sto procedendo verso Knightsbridge, e mi imbatto in questo edificio, non potendo evitare di interessarmene, proprio per documentarmi sull’ambiente culturale che nell’età vittoriana aveva contribuito a questa fertilità artistica. Faccio amicizia con il bibliotecario, basta dirgli che provengo dalla stessa regione di Freya Stark per vedergli brillare gli occhi, ottenendo incredibilmente di accedere all’archivio bypassando le rigide procedure anglosassoni di prenotazione a pagamento. Mi spiega che l’archivio contiene circa due milioni di documenti, mappe, foto, oggetti, giornali e libri che documentano circa cinquecento anni di geografia, viaggio e esplorazione, tra subcontinente indiano, Africa, regione artica, Asia Centrale ecc. E’ un vero tempio dei viaggiatori, si può perfino accedere a un archivio online di circa 10.000 viaggi/spedizioni, categorizzati per tipologia, argomento, destinazione. Se voglio, anch’io posso registrare il mio viaggio, fornendo i dettagli del mio itinerario. Servirebbero più dei miei dieci minuti contati, forse una giornata intera sarebbe sufficiente per immergersi nell’archivio della RGS. Invece ho solo il tempo di vedere i documenti digitalizzati di David Livingstone, Mr Scrambled for Africa, che si spinse alla ricerca delle sorgenti del Nilo, di Freya Stark all’epoca del suo servizio di intelligence a Beirut per la Corona Britannica, così come di Gertrude Bell nell’era di Lawrence d’Arabia. Il tempo stringe, devo andarmene. Ma i miei personaggi sono pronti a tornare..sorprendendomi in altri angoli di Londra.

Sotheran’s Rare Books & Prints
La mia giornata di lavoro è finita, mi dirigo verso Piccadilly Circus, so di trovarci la mia boutique di fiducia per l’acquisto della marmellata alle arance amare. In seguito proseguo verso Mayfair, vorrei vedere un pub dedicato a Phileas Fogg, la cui cocktail-list è ispirata a ognuna delle tappe del Giro del Mondo in 80 giorni. Invece, vengo incuriosita da una vetrina più retro delle altre, credo sia una normale libreria. All’interno c’è quel “profumo”, per gli amanti del genere, di stantio e polveroso, che solo nelle librerie d’altri tempi si può riassaporare, mi ricorda subito la libreria Umberto Saba di Trieste. Scendo al piano di sotto, dove è indicata la sezione “travels, expeditions, vintage posters”, insomma, roba mia. Mi avvicino alla sezione Medio Oriente, c’è una trilogia di volumi massicci, “Mesopotamia”, di cui l’autore è proprio Winston Churchill. Ne prendo una copia, d’impulso. Si avvicina un distinto signore con gli occhiali tondi, un baffo scomposto, la giacca di vellutino a quadri scozzesi. “Good evening, yeah, you can find the price just behind the book, and you are free to take a look, if you may wish”. Realizzo all’istante di aver agguantato quel volume con troppa leggerezza. Lo ringrazio, con un evidente tono di ammenda. Mi risponde gentile “this is the very authentic first edition, as almost all the books you find in this section”. Non ci credo, mi emoziono davvero. Qualche mese fa sono stata all’Old Cataract Hotel di Assuan, dove Churchill aveva soggiornato nei primi anni del Novecento per monitorare la costruzione delle dighe sul Nilo, nel quadro della sua missione nel Medio Oriente e Levante al servizio della Corona Britannica. Gli chiedo se c’è qualcosa di scritto da o su Giovan Battista Belzoni, si scusa, non c’è nulla. Nel frattempo, i miei personaggi tornano, e ritrovo sugli scaffali, guidata dal libraio, Freya Stark. Sa che la Stark è sepolta ad Asolo, mi racconta che la scrittrice fosse molto vicina alla Corona, che la sua incessante attività di esplorazione fosse stata cruciale a cavallo delle due guerre. La sua era stata una vita straordinaria, iniziata, istintivamente, dalla “fuga”, quel giorno che si imbarcò, lasciando l’Italia, per il porto di Beirut. Avrebbe solcato tutte le terre del Levante, Israele, Siria, Costantinopoli, Egitto, fino a raggiungere l’Iraq e ad avvicinare i territori delle steppe. Nella libreria c’era la prima edizione di “Effendi”, pubblicata pendente bello, di “Lettere dalla Siria” e di “La valle degli Assassini”. Sono pezzi fuori edizione in Italia, che cerco di reperire da mesi. Il mio nuovo amico, in parte a me, capisce che sto davvero vivendo di personale eccitazione “Enjoy, I’ll let you alone, I’ll go outside for a short break. Just give a look to our website list if you are looking for any further”. Il sito web di Sotheran’s scrive: Welcome to Sotheran’s, one of the oldest bookshops in the world, with its weird and wonderful clientele, suspicious cupboards, unlabelled keys, poisoned books and some things that aren’t even books, presided over by one deeply eccentric apprentice. Founded in York in 1761, established in London in 1815, Henry Sotheran Limited has a long and distinguished history. For over 250 years we have been offering unsurpassed opportunities to collectors and enthusiasts, from the purchase of the libraries of Laurence Sterne in 1768, and Charles Dickens in 1870; [..]. Throughout our history, we have prided ourselves on the quality and condition of our books, and our friendly service. Our premises just off Piccadilly in the heart of London’s West End are spacious and elegantly appointed, and we welcome regular clients and passers-by alike to wander in and browse our stock in a relaxing and convivial atmosphere.

Sono una degli affascinati “passanti” che è caduta nella trappola di questo angolo di Londra, poeticamente per caso, accolta ancora una volta dall’intramontabile passato britannico, tutt’ora stoccato in alcuni antri della grigia City, sognando scenari, avventurieri e terre lontane che ancora possono aiutarci a leggere e adorare il presente. Uno scalo, voluto o meno, che permette agli avventori/viaggiatori di riconnettersi con l’intimità radicata, appropriandosi di nuovi luoghi, sfatando la ricerca della chimera della novità come unica chiave del percorso, piuttosto preferendo un procedere ciclico, fatto di incroci, interruzioni, aspettando, restando. Nella Londra che punta a “efficientare” il lavoro, le transazioni, i flussi di cassa, limitando il carente fallace e goffo disservizio della manodopera umana, specie in epoca post-Brexit, si può salire su un uber senza rivolgere la parola all’autista, tanto la prenotazione e il pagamento è automatico; si può ordinare, ritirare e pagare nei ristoranti fast-service senza interagire con alcun cameriere; si può fare la spesa e andarsene alle casse automatiche, si può accedere tramite self-checkin agli appartmenti, si cerca di incentivare la caffetteria superautomatica perché i baristi fanno danni o costa denaro formarli, per carità, cose che si vedono anche altrove. Ma a Londra, più che mai, sembra che l’obiettivo sia tamponare i disguidi cagionati dal contatto umano, incentivando e relegando le vaganti anime morte alla compagnia di sé stesse. Invece, oggi alla Sotheran’s è avvenuto il mio incontro, forse poco efficiente, forse un buco nell’acqua se paragonato al resto della mia produttiva giornata, credo però di essermi sentita banalmente felice perché un anziano signore mi ha dedicato del tempo vedendo i miei occhi colmi di felicità ed entusiasmo, e così, assieme, siamo riusciti a viaggiare assieme fino alle sabbie nubiane in piovoso pomeriggio lugubre di novembre.

Cittie of York
Chancery Lane. Ore 19.30. Di giorno questa zona è un crocevia di corridori, è facile schiantarsi attorno all’ora della lunch break. La sera, quando la sbornia della giornata fermenta assieme al tanfo speziato impregnatosi nei vestiti per via dell’umidità e gli olezzi della ristorazione londinesi, dopo il lavoro si va al Cittie of York. L’insegna del locale in High Holbron la dice tutta: Established as the site of a public house in 1430”. Probabilmente è il pub più lungo, oltre che più alto, di Londra, una vera cattedrale delle taverne, romantica evocazione della Vecchia Inghilterra. E’amato dagli avvocati della Inns of Court che possono scegliere se alzare il gomito alla barra, o appartarsi in una catena di cubicoli o in salottini per intrattenere delle conversazioni più intime dopo il lavoro. In realtà l’edificio attuale risale al 1923, sebbene la cantina risalga al Seicento. Poco importa. Charlers Dickens, che pare vivesse poco distante da qui, ambientò qui un paio di suoi racconti, David Copperfield incluso. Peccato, le spine non sono un granché, le provo tutte, prima di scolarmi un sidro, che nemmeno riesce a soddisfarmi. Tuttavia, una volta appollaiatami nel salottino di fronte al caminetto, ammetto che l’ambiente è molto suggestivo, mi permette di raccogliere le riflessioni della giornata, ottenebrata dall’ambiente oscuro e massiccio degli interni inglesi, così truci e allo stesso tempo eleganti, accoglienti. Penso a come concludere la mia serata prima di affrontare il freddo e rientrare a Islington..

Kings Cross, St. Pancras Station
Ho quella strana voglia di farmi una lunga passeggiata, scelgo di tornare alla tana in metro. Così, inavvertitamente, trovo un degno finale al racconto sulla mia ideale Greater Britain, quella che credo ancora esista, e che sia nata per restare. La mia catabasi verso gli inferi della tube dovrebbe avvenire a Kings Cross. E chi l’ha mai vista la stazione in superficie? Forse dovrei andare a vederla cinque minuti. In fondo c’è sempre il binario di Harry Potter. Beh..bella delusione, non è niente di ché.
Però.. tra un mese è Natale, e a St. Pancras ho scoperto l’albero natalizio più originale di Londra. Un altissimo albero di adorabili libri si innalza al centro della stazione, separando il settore dell’Eurostar che porta i passeggeri in Europa, attraverso la Manica, dai binari che si dirigono verso l’interland britannico. Avvicinadomi, mi accorgo che ci sono dei divanetti per la sosta, dove posso premere un pulsante. Una voce narrante inizia a recitare Canto di Natale di Dickens.. Mr Scrooge sembra essere lì, di fronte a me, con i suoi artigli nodosi, quel naso aquilino, il cilindro sul capo e l’incedere lento, supportato dal bastone. Quasi mi sembra simpatico, quel vecchio usuraio. Mi fissa, disgustato dalla modernità, dalla felicità a buon mercato che vede propinata nella sua Londra, sta per squagliarsela, per tornare ad arroccarsi nella sua casa scura e polverosa, dove nemmeno accende il riscaldamento, pure lui si rifiuta di cedere all’onerosità degli inaccettabili overheads del 2023. Ma gli sorrido. In fondo io so come finirà la sua storia, Scrooge diventerà buono. Forse ancora una volta, un altro incontro, seppur immaginario, sarà servito a salvare me, magari anche lui, frenando il moto ordinario del tempo, ricordando che la sua Londra ottocentesca era forse troppo simile alla mia, e che sempre, solo volendo, a partire dalle anime notturne di Kings Cross, Britain può tornare ad essere Greater, e i segni possono sempre diventare significati.
Noi siamo i fantasmi del Natale presente
Goodnight.