Una delle sette meraviglie del mondo..qualcuno lo scrisse, in un giorno non precisato del mondo Antico. Ora, davanti a me, Cheope, Chefren e Micerino sono risorte dopo millenni di riposo sotto le sabbie egiziane, sopraffacendo me e noi tutti dall’alto della loro irresistibile grandezza.
Alle 8 del mattino raggiungiamo la piana di Giza. Percorriamo una breve salita, ascendiamo..il fuoco del sole incendia i portentosi massi della piramide di Cheope, acceca noi, minuscoli avventori finalmente tra le braccia dell’Antico Egitto (2550 a.C) nei sepolcri dei semidei del passato. Ce ne sono circa un centinaio in tutta la valle di Giza, chissà quante ancora sepolte, di alcune si vede solo l’apice piramidale, il resto é sommerso dal Sahara. Ognuna delle piramidi era rivestita di pietra calcarea bianca, per poter riflettere al meglio la luce del sole. Ora ci sono “solo” grossi massi, si dice pesino 4 tonnellate l’uno, almeno quelli della Piramide di Cheope. Le fonti locali riportano che furono qui trasportate da dei tori..

Ahmad spiega la versione egiziana, “la storia della schiavitù ebraica nell’Antico Egitto è un’invenzione dei sionisti”. Qualche sera prima, nel battello sul Nilo, aveva puntualizzato con un sorriso sornione che Israele era praticamente un quartiere dell’Egitto. Per quanto Ahmed fosse discreto e misurato, pensavo, avrebbe sempre sentito questo argomento in maniera viscerale. Di fronte alle piramidi, insisteva nello spiegare che l’Antico Egitto funzionava come un sistema a cooperazione comunista, in cui i sudditi erano salariati in base ai servizi svolti presso il sovrano, un sistema apparentemente oliato. Non vi era stata alcuna schiavitù, alcun maltrattamento..
questa, era una storia inventata dagli occidentali e dai sionisti. Si, c’era stato l’Esodo degli ebrei d’Egitto, ma sarebbe avvenuto nel Medio Regno, in un’età posteriore alla costruzione delle piramidi. La schiavitù, in sintesi, secondo la storiografia egiziana odierna, è stata una pura invenzione mediatica, cinematografica. Ahmed avrebbe ripetuto questo discorso in maniera ancora più concitata a Saqqara, laddove il leggendario architetto Imhotep edificò, secondo la maggior parte degli storici, la più antica piramide a gradoni e complesso di mastabe dedicati al sovrano Zoser, nell’era dell’Egitto arcaico. Qui durante la pandemia hanno dato inizio a degli scavi che promettono di portare alla luce uno degli insediamenti più popolati dell’Egitto antico.
Altre cianfrusaglie da accatastare al Museo del Cairo, quella splendida ma polverosa teca di opere assaltata da un mucchio informe di visitatori, che si affannano a spiare di sfuggita il trono o la statua d Tutankhamon, talvolta le mummie del Fayyoum, e vasellame e oggettistica di raffinatezza inaudita. Una collezione di capolavori irripetibili, che cerco di registrare nella mente, isolandomi dalla processione di visitatori, che spesso rischia addirittura di deturpare distrattamente alcune delle opere non protette. Presto finiranno tutte al nuovo museo del Cairo, il Grand Egyptian Museum, un’opera faraonica che dopo vent’anni di lavori proverà a contenere quello che dal 1904, anno di fondazione dell’attuale Museo Egizio, ad oggi, è stato scoperto e ancora si scoprirà. Sarà a Giza, allineato alle Piramidi di Cheope e Micerino. Dunque, che ne sarà della struttura bell’epoque in Piazza Tahrir?


La piazza della vergogna, della rivoluzione, del sangue, del tiro al bersaglio delle forze armate contro la popolazione civile nel vicino 2011. La primavera araba pare una storia vecchia ormai sopita, tant’è che alcuni studiosi parlano oggi di “inverno arabo”, di rivoluzione fallita, in favore della restaurazione. Tahrir è ancora il centro del vecchio Cairo, ospita la sede dei brutali servizi di sicurezza interni nell’obsoleto e grigio edificio al centro della piazza, assieme alla sede della Lega Araba. E’una piazza brutalista e monolitica. Questi quartieri generali, le altre sedi istituzionali e ambasciate verranno presto spostate da Tahrir e dal lungo Nilo a New Cairo. I vecchi club europei come l’Automobile Club, il caffè Groppi, il Caffè Riche, le Assicurazioni triestine del periodo antecedente alla rivoluzione di Nasser, a Mubarak e alla primavera araba, verranno lasciati al loro destino. Ma si potrà cancellare il passato agitato, talvolta feroce ed esecrabile del Vecchio Cairo? Che ne sarà degli edifici lasciati a loro stessi, degli abitanti di queste vie, dei viali alberati adiacenti al Nilo, dove un tempo, sulla via per l’aristocratica isola di Zamalek, pullulava il cuore della capitale?

Fare e disfare.. in una delle metropoli più grandi al mondo, sempre al cospetto di Giza, che in lontananza, anche nelle giornate più torride e nebulose, ricorda ai cairoti un passato lucente, che brilla da sempre e per sempre nel firmamento, quasi le sue piramidi stessero dicendo: “Ricordatevi, o egiziani, di quanto eravamo grandi”. E gli egiziani, ingozzati dalla propaganda e fieramente nazionalisti, si vantano di essere i figli dei faraoni, come se non notassero che la grandiosità di quest’idea stride con un paesaggio urbano delirante e a tratti sinistro. Talvolta disperato?…
“100 dollars 100 dollars!!!!” Chiudo le mie riflessioni assillata da un venditore di tappeti a Menfi, l’antica capitale, dove siamo a vedere il notorio colosso scoperto nel 1820 dall’esploratore Caviglia. Lo rinvení sul letto di un fiume, qui, nell’attuale centro di Mit-Rahina a sud del Cairo. Il pascià d’Egitto Mehmet Alì, noncurante del suo valore, propose di cederlo al British Museum, ma proprio come avvenne con Leopoldo II di Toscana, l’offerta venne declinata per gli elevati costi di trasporto e la necessità di segarlo. Un danno irreparabile per un’opera gigantesca e di una fattura così raffinata, d’altronde realizzata nel principale centro di culto di Ptah, divinità creatrice e protettrice dell’arte. Così il colosso è rimasto qui, depositato all’interno di un piccolo museo.

“100 dollars 100 dollars!”. Ripassando vicino ai mercatini vengo ancora assaltata dallo stesso venditore assatanato. A 50 metri di distanza, ho solo posato i miei occhi su una serie di tappeti in lana di cammello, raffiguranti la piana di Giza con una serie di colori ocra, sabbia e marrone, un piacevole tono su tono. Uno di quegli oggetti che vorrei vedere appeso a parete, nella mia stanza delle meraviglie, in una di quelle sere invernali, quando c’è bisogno di volare molto lontano con la mente, abbracciati dalla malinconia. “Non ho tutti questi soldi”, gli rispondo. A suon di ingiurie scendiamo a 70, ma è ancora troppo, me ne vado. Mi insegue e insiste “ma è fatto completamente a mano nel mio villaggio, va bene ok, 60!!”. Il ragazzo parla un ottimo italiano. Raggiungo il mio gruppo sotto un albero e, implorante, lui scende a 50 dollari, ora inizio a dubitare della qualità del manufatto, siamo già a metà prezzo. Fino a quando, dileguandomi fino a mettere piede in corriera, vengo seguita e quasi acciuffata, “ti prego, quanto puoi darmi!!Va bene 30!!”. A quel punto allungo dei contanti.

Ahmed si avvicina “Ce l’hai fatta allora?” “Si, si! Siamo partiti da 100 e arrivati a 30” dico trionfante. Allora lui poi, deluso: “Sono fatti a mano..sai..è un lavoro certosino..beh. Bene che tu ci sia riuscita..”. Credo di averlo offeso. Essere una giovane guida egiziana del Cairo non deve essere semplice. Di noi turisti italiani Ahmed conosce solo la lingua, ma non ha mai potuto visitare il nostro paese per impossibilità di ottenerne il visto. Di noi apprezza i sorrisi e il senso dell’umorismo, anche se soprassiede su alcune domande inerenti alla cultura e politica interna. Ama parlare del Grande Egitto del passato e cerca di edulcorare quello del presente, sebbene riesca a intercettare i nostri dubbi.
A volte credo provi un senso di vergogna per alcuni contesti, seppur al contempo senta di dover proteggere la sua gente, da chi come noi non puó capire la potenza di certa disperazione, da chi come me é riuscito a svalutare il valore della fatica di un manufatto prodotto da una semplice comunità locale.


Hotel Sonesta, Cairo, Eliopoli, ore 22
E’ la prima sera che possiamo finalmente oziare. Decidiamo di stare a bordo piscina nel nostro hotel Sonesta, classico hotel arabo a 5 stelle con palestra, piscina, atm, cambio valuta, multi ristorante, ecc..le consuete macro strutture che si trovano in tutto il Medio Oriente a latere di grossi stradoni non pedonali, raggiungibili solo in auto, delle vere isole iper accessoriate. Dopo un ottimo calice di rosso Omar Khayyam, fumiamo la shisha e attendiamo la notte rivangando le cene in crociera. Era bello fluttuare sul Nilo, difendersi dai camerieri invadenti, incrociare i nostri compagni di bordo, immaginare le storie di ognuno di loro..le vite di noi tutti erano sospese per quei tre giorni di convivenza, nella motonave Jaz, davvero uno scenario alla Poirot. Però, questa sera mi soffermo un attimo a pensare. La vista delle piramidi e della piana di Giza è uno dei click più singolari che abbia finora scattato con la mia mente. Vorrei svegliarmi un giorno nell’Ottocento per assistere ai grandi esploratori del passato negoziare con il pascià ottomano del momento, durante qualche luculliano banchetto, potendo accedere alla piana delle Piramidi ed essere tra i primi a rinvenire qualcosa di così sensazionale. Giza è, sicuramente, anche ora, una delle meraviglie del mondo, non solo dell’Antichità. A Giza si domina l’altopiano del Sahara, intravedendo in lontananza la grigia città del Cairo, sotto gli occhi vigili e imperturbabili della Sfinge, avvolti dalla possenza di questi miracoli architettonici, costruiti per collegare il mondo dei vivi e quello dei morti.. non credo ci siano molti luoghi in grado di amplificare a tal punto la grandezza dell’umanità, ricordandoci che gli esseri umani sono in grado di sfidare l’eternità stabilendo tra loro un contatto e una continuità profonde attraverso l’arte e la bellezza. Credo di essere molto fortunata ad aver assistito, almeno una volta nella vita, a questa benedizione concessa dagli dei dell’Egitto. Un’iniezione di vitalità e attonimento, per cui sarò sempre grata.
Sogni d’oro





