ore 12.30, Cafè Cortado – Gemmayzeh
Stavo leggendo le pagine de L’Orient-le Jour, convinta di rispolverare il mio francese già ampiamente dimenticabile. Sorseggiavo un espresso al caffè Cortado, un accogliente angolo per expats alla ricerca di atmosfere third wave of coffee, o forse già fourth. Io, Maria Chiara, un americano particolarmente in forma, una ragazza dai tratti asiatici e il classico barista coffee-lover “appena tornato da una competizione in Italia”. Era tardi, ero abbastanza nervosa. Avevo cercato di interessarmi particolarmente a quell’articolo sui racket per la ricostruzione di Aleppo, per non considerare quanto fossimo in ritardo. Il piano del giorno era aspettare Hassan verso le 10 per dirigersi verso il sud del Paese, a Tiro e Sidone. Quando per un contrattempo la sua macchina non risultò più disponibile, mi ero affannata a smobilitare il receptionist per sondare se qualche rental cars fosse ancora disponibile. Si innescò la classica situazione per cui forse un amico di un amico di suo fratello (ancor’oggi conservo i whatsapp di tutta la catena di conoscenze) avrebbe per caso potuto reperire un’auto. Niente da fare. Eravamo quindi uscite per un caffè. Il palestrato americano ci aiutò a comunicare con Mike Rental Cars, la “very reliable” compagnia di autonoleggio. Quando avevo ormai perso le speranze, invece Hassan ci disse che sarebbe arrivato a prenderci a mezzogiorno inoltrato, salvando la nostra giornata ormai compromessa! Partimmo.


Per raggiungere il sud del paese ci eravamo diretti verso l’aeroporto, inanellandoci nell’anarchia stradale degli insediamenti appena fuori dalla città. Costeggiammo la cittadina litoranea di Damour, oggi un’infilata di alberi di banani, che in lontananza faticava a ricordare il famoso eccidio. In una notte del gennaio 1976, in piena guerra civile, le unità militari dell’OLP avevano trucidato circa 500 cristiano-maroniti, provocando repentine rappresaglie al campo profughi palestinese di Al-Quarantine. Nel 1982, invece, sarebbe accaduto il peggio a Sabra e Chatila, a seguito dell’assassinio del leader falangista Bashir Gemayel. I falangisti e le forze israeliane avrebbero operato un indicibile massacro per vendicare l’episodio. Storie di cui non ha forse nemmeno senso riportare, senza avere la cura di ricostruirne perfettamente i retroscena, il concatenarsi degli avvenimenti. Forse nemmeno la Storia riuscirebbe oggi a fornircene una panoramica imparziale? Sfrecciando su quella litoranea pensavo solo a come in un paese talmente bello avessero potuto materializzarsi simili brutalità.
Pensieri che vennero addolciti dalla breve pausa pranzo nei pressi di Sidone (Saida). “A Saida fanno migliore knafeh del Libano” diceva Hassan. Diffuso in tutto il Medio Oriente, con diverse varianti anche nei Balcani, in Grecia e in Turchia, questo dolce godurioso si prepara su grandi piastre circolari, ponendo su una base di sciroppo di zucchero un sostanzioso strato di formaggio filante ricoperto di pasta phyllo o di semolino. Per finire, una leggera spruzzata di pistacchi. In Libano la knafeh viene mangiata anche in versione street food, infilata a mo’ di panino tra due fette di pane al sesamo, e così la provammo. Squisita! Eravamo pronti per attraversare il centro città e le sue auto in contromano su strade a senso unico, presto saremmo arrivati a Tiro, mancavano ancora 40 km.


Tiro
Eravamo in discesa, all’orizzonte si stagliava una luce meravigliosa, decorata da folte vegetazioni, piantagioni di banani e alberi di cedro. La “Regina dei mari”, è l’epiteto attribuito a questa città millenaria, di cui nel 1947 la Direzione Generale per le Antichità del Libano ha rinvenuto i principali siti archeologici: Al Bass e Tiro città (Sour in arabo). Gli scavi di Al Bass hanno portato alla luce centinaia di sarcofagi dell’estesa necropoli fenicia, un arco trionfale, un acquedotto e il secondo ippodromo più grande al mondo (quest’ultimi di datazione romana e bizantina). I mosaici, le strade, i colonnati e i bagni pubblici di Tiro città poggiano su un’area che era un tempo posizionata su una serie di isolotti successivamente collegati alla terraferma. Era un porto florido e inespugnabile, tant’è che Alessandro Magno impiegò ben sette mesi di assedio per conquistarla. Per individuare l’ippodromo avevamo impiegato circa una mezz’ora di lungo cammino solo per affacciarci a una cancellata piena di erbacce e avvistare il sito in lontananza. Una volta entrate a Tiro città, i siti archeologici lasciavano spazio ai vicoli contorti del quartiere musulmano, ai panni stesi, ai fiori, ai bimbi che giocano in strada, alle facce segnate dei pescatori, alle signore che baciavano il busto di San Marone recitando le preghiere appena dopo pranzo. Eravamo arrivati a Tiro nell’ora della siesta, erano ore calde e ovattate da ritmi dormienti, ci intrufolavamo nel patronato aperto dell’Arcieparchia dei Maroniti, nel mercato pubblico sotto le mura romane, per poi fluttuare nel sole del mare aperto.


Tiro assomigliava a Pellestrina, a qualsiasi porticciolo di qualche isola greca, un vero porto mediterraneo dove i pescatori si riunivano a giocare a carte su tavoli di plastica, a sbattere i polpi appena pescati, e dove il gasolio della fretta cittadina veniva mitigato dalla brezza del mare e dal profumo del pesce grigliato. Qualche targa commemorativa spezzava l’incantesimo, rievocando le ombre della guerra del 2006 e rendendo omaggio alle forze del gruppo paramilitare sciita di Hezbollah (“Il partito di Dio”), che “eroicamente combatté il nemico israeliano per le strade di Tiro”. Tiro, la città a pochi chilometri dal confine israeliano, dalla gemella Acri, che gli Hezbollah difesero dalle incursioni nemiche. Solo parte della popolazione libanese li considera per questo ancora oggi come eroi. Non solo gli Hezbollah sono pure rappresentati in Parlamento, ma a Mleeta, verso la valle della Beeka, vi è pure “Museo di Hezbollah e della Resistenza libanese”, a loro dedicato.


Ci trasferimmo in spiaggia per un bagno, eravamo le uniche donne in bikini. Ma di quel pomeriggio sulle rive del mare a parlare con Hassan e la mia amica ricordo un incontro: stavo già progettando il nostro itinerario per il giorno seguente, sarebbe stato a Deir El Qmar, Beiteddine e Baalbek. Ma ovviamente non esistevano autobus, uber, mezzo alcuno per arrivarci. Continuavo a volere una macchina. Giù al beach bar incontrai una ragazza con cui avevo per caso chiacchierato a tempo perso sulla fratellanza dei popoli mediterranei davanti a una bibita gassata. Così spuntò suo fratello, tale Y. Husseini, un po’ esaltato, che propose di cedermi il suo fuoristrada gratuitamente per il resto della nostra vacanza. “Ma..se striscio?” “Non ti preoccupare, assicurazione-assicurazione”, “Maa..se mi fermano ai posti di blocco e non giustifico la provenienza dell’auto, del tipo no-rental-car no-rental-car”, “Tu mi chiami, questo è il mio numero, dici che sei la mia ragazza e va tutto bene. In Libano si usa così, presto sempre la macchina ai miei amici. E poi non ti fermeranno, ho la targa governativa”. Hassan mi aveva confermato che si, si usava così in Libano, anche se il tipo gli sembrava uno sbruffone. Ovviamente Maria Chiara era pronta all’avventura, io un po’ meno, avevo da poco constatato le dimensioni dell’auto che avremmo preso a prestito (una Range Rover con delle gomme gigantesche) e subito l’avevo mentalmente collocata nelle carreggiate trafficate che avevamo percorso verso Byblos.. Ci scambiammo i numeri e bevemmo un giro di shot, non ricordo di cosa, ma “bisognava festeggiare!”
Sidone
Arrivammo a Saida al tramonto, reduci da un pomeriggio in spiaggia, rinsecchiti dal sole e imbrattati dalla salsedine, affamati come tutte le sere in cui si risale dal mare. Un’altra città di memoria fenicia, di Sidone volevo vedere la fortezza crociata che sorge sul porto dal XIII secolo; volevo vedere la moschea Al Omari, costruita dai mamelucchi nel XIV secolo sulle spoglie della chiesa dei Cavalieri di San Giovanni; il mercato diurno cittadino, sparso nel groviglio degli antichi antri e cunicoli che animano la città vecchia; l’imponente castello di San Luigi, realizzato dai crociati nel corso del Duecento sull’antica acropoli di Sidone, troneggiante sul porto e sulla città murata, sopravvissuto al saccheggio mamelucco e al dominio ottomano, ammaccato dalla guerra civile libanese e dal più recente conflitto contro gli israeliani (2006); la casa museo di Palazzo Debbane, costruita in pieno stile ottomano da Ali Hammoud nel 1721 e oggi aperta al pubblico.
In realtà non c’era tempo di vedere proprio un bel niente. Forse l’avrei fatto un giorno, quando sicuramente sarei tornata in Libano. Era ormai sera, i siti di interesse erano chiusi, ci godemmo l’imbrunire al porto, dove poggiavano pigri e oscillanti pescherecci al cospetto del castello crociato. All’entrata della città vecchia qualche taverna serviva del buon pesce ai giocatori di backgammon, mentre l’arak, aka “il latte del diavolo”, sgrassava il palato degli avventori di quei locali caserecci, in cui qualche oste ci invitava a banchettare.
Ci addentrammo nelle calli addormentate e deserte di Sidone, illuminate da luci flebili, che rendevano l’atmosfera del tutto medievale. In qualche campo le donne preparavano del cibo su lunghi tavoloni, alcuni pasticceri e fornai si affaccendavano a sfornare dolcetti di mandorle, pistacchi e datteri dal profumo inebriante. Era il 6 agosto, e scoprimmo di esserci inoltrate, come tre ospiti, nelle scene di vita quotidiana di una ricorrenza particolare: il periodo dell’Hajj, durante il quale la fede islamica prevede il pellegrinaggio alla Mecca. Come ricordavo di aver letto ne “I viaggi” di Ibn Battuta, nel calendario islamico l’Hajj comincia l’ottavo giorno del mese lunare “Dhu al-Hijja”, l’ultimo dell’anno islamico, per terminare il tredicesimo giorno dello stesso mese. Lo stesso pellegrinaggio alla Mecca, compiuto in altri mesi dell’anno, prende il nome di “Umra”. E’un momento fondamentale nella vita del credente musulmano, uno dei cinque pilastri della fede. Noi avevamo avuto l’occasione fortuita di conoscere la ritualità e le tradizioni famigliari che questo importante momento scandiva nella vita degli abitanti di Sidone. Un fornaio ci invitò ad assaggiare i dolcetti al dattero appena sfornati, mostrandoci tutto ciò che aveva preparato per l’indomani. Ci tenne parecchio a regalarcene un sacchetto. Quando più tardi il muezzin richiamava alla preghiera entrammo nel Caravanserraglio Khan al-Franj, costruito da Fakhr al-Din nel XVII secolo. Era una di quelle sere in cui da viaggiatrice mi sembrava di divenire un tutt’uno con gli stessi luoghi che mi accoglievano, in deliberato ascolto delle storie che credevo di poter udire in esclusiva, in un’esclusività che mi rendeva ubriaca di curiosità, grata e vagamente convinta di essere stata scelta per poter vedere, scoprire. Come se quegli stessi luoghi avessero scelto di mostrarsi e raccontarsi solo a me, in quel momento.


Eravamo per sbaglio entrati in un vecchio hammam ottomano, da poco rinvenuto e aperto al pubblico. All’interno c’era un certo Jean Pierre, un archeologo attempato che brillò d’entusiasmo all’idea di trasferire le sue preziose conoscenze a tre passanti finalmente interessati. Seppur ricoperto da spesse incrostazioni di muffa, l’hammam serbava ancora i pavimenti marmorei perfettamente intatti, sembrava un luogo abbandonato solo da qualche settimana. L’archeologo ci spiegò che in Libano i restauri venivano effettuati solo ad opera di fondazioni private, che il governo non dedicava fondi statali al recupero di questi luoghi, divorati dall’orrore della guerra e dimenticati dai sopravvissuti. Ma pensai dopotutto, egoisticamente, che forse fosse meglio così: non avrei mai voluto che Sidone diventasse la meta di visitatori disattenti e frettolosi, non l’avrebbe meritato. Forse la bellezza non per forza deve ammaliare e donarsi a tutti. E se solo gli abitanti di Sidone avessero avuto il diritto di viverla, contemplarla o ignorarla? In tal caso, io e Mary eravamo state solo due fortunate intruse, interpellate dal Caso.
Lo stesso Caso che ci condusse al Saida Rest Restaurant, la sede del Rotary club di Sidone. Apparecchiati in un tavolo sul mare, affacciato al castello crociato, passammo il resto della serata di fronte a due portate di calamari fritti e grigliati, a discorrere della frenesia di quella giornata, noncuranti del tempo, e felici di raffrescarci in quella marittima notte estiva. Senza sapere se noi tre ci saremmo mai più incontrati, ci chiedevamo come fossimo finiti a trascorrere un intero giorno assieme in qualche cittadina millenaria del Mediterraneo, dopo un incontro fortuito in Air Serbia un paio di giorni prima. In fondo non contava. Il Libano non rispettava i miei piani, mi aveva innervosito, spiazzato e ripagato con tanta generosità, regalandomi la pienezza di quei primi giorni, come se volesse darmi una lezione di contemplazione, arrestare la mia impazienza. Ero felice di essere la persona sbagliata per un posto in cui non c’era niente di giusto, iniziai a sentirmi a casa.

